Quando il calcio era il calcio, il religioso silenzio del prepartita era interrotto solo dall’annuncio degli “Estintori Meteor”, che sostenevano di essere i migliori. E forse lo erano. Poi, una voce pacata annunciava lentamente i giocatori ad uno ad uno. E tu prima ascoltavi quelli dell’altra squadra, commentandone a bassa voce la bravura o la broccaggine. Poi aspettavi trepidante la tua, di formazione, per scoprire se c’era qualche novità rispetto alla solita. Ma il più delle volte era quella che avevi in mente, perché quando il calcio era il calcio, la rosa era composta da undici titolari fissi e qualche riserva che veniva schierata raramente, quando il titolare camminava con le stampelle o aveva la scarlattina. Quando il calcio era il calcio, dopo che il signore distinto aveva finito di leggere il nome dell’ultimo panchinaro, si cominciava a fissare l’ingresso dei calciatori, a San Siro posto a lato della tribuna d’onore. Intanto, degli inservienti si spostavano in mezzo al campo per togliere una specie di tenda a forma di piramide che fino a quel momento era rimasta, con la sua pubblicità, proprio al centro del terreno del gioco. Quando il calcio era il calcio, dopo un’attesa che sembrava infinita ma in realtà era solo di qualche secondo, dal sottopassaggio sbucava un vigile urbano in divisa, quindi l’arbitro, i guardalinee, i capitani e infine tutti gli altri giocatori. Si fermavano un momento, saltellavano, si salutavano, si facevano fotografare sorridenti, e poi correvano verso il centrocampo. Dove si schieravano alzando la mano in segno di saluto e forse anche di ringraziamento a chi aveva pagato il biglietto per andare a vederli. Loro, che erano riconoscenti al calcio che spesso li aveva salvati da una vita in fabbrica o nei campi. E tu li fissavi, perché erano i tuoi eroi. E mentalmente sovrapponevi quella piccola figura, che distinguevi a malapena con la rispettiva foto della figurine Panini che avevi sull’album, allora in uscita a inizio campionato e non quasi a metà, come adesso. Se la partita era la prima o la seconda, poi, assistevi al rito della foto “a undici” che sarebbe comparsa, sotto forma di manifesto, su alcuni giornali (“Il Giorno”, “L’intrepido”) che avresti acquistato per poi attaccare il poster sui muri della tua cameretta, papà permettendo. Quando il calcio era il calcio il primo tempo durava 45 minuti. Ci potevano essere infortuni, atterraggi di astronavi, calate di cavallette, ma al massimo il recupero era di dieci secondi. Dopo di che, al fischio dell’arbitro, tutti gli spettatori, all’unisono, si alzavano. E tu dovevi prendere una decisione storica: restare dove eri o cambiare posto. Certo, perché quando il calcio era il calcio, i popolari (ora secondo anello) e quasi tutti i distinti (primo anello) erano assolutamente free area, senza barriere o divisioni. Così, nel caso la partita non fosse stata particolarmente importante, c’erano sempre degli spazi liberi sul duro cemento e perciò tu potevi optare per vedere la partita in un’altra zona dello stadio oppure scendere al parterre e attaccarti alla cancellata che si trovava a due metri da campo, magari scegliendo la postazione dietro la porta della squadra avversaria nella speranza di osservare da vicino una rete dei tuoi beniamini. Nel cui caso, avresti assistito a un contenuto gesto di esultanza seguito da un affettuoso ma controllato abbraccio collettivo. E nessuno si sarebbe mai sognato di togliersi la maglia urlando (spesso per mostrarne un’altra contenente frasi narcisistiche o messaggi personali di cui non ti frega nulla), fare (pericolosi) salti mortali o correre con sguardo allucinato verso la prima telecamera. E l’allenatore, al massimo, si sarebbe avvicinato compiaciuto alla riga bianca del campo per poi rimettersi le mani in tasca e tornare tranquillamente in panchina come nulla fosse. Una panchina, tra l’altro, che allora lo era nel senso letterale del termine, nuda e spartana, con un misero tettuccio sopra. Quando il calcio era il calcio, a un quarto d’ora dalla fine venivano aperti i cancelli e tutti potevano entrare a vedere la fine della partita. Così, se eri un ragazzino senza soldi per il biglietto e prima non eri riuscito a commuovere i signori che controllavano gli ingressi (ma a volte si riusciva, magari a gara appena iniziata), adesso avevi la soddisfazione di assistere a uno scampolo di partita che poteva anche risultare decisiva. Quando il calcio era il calcio, anche la ripresa era di 45, al massimo 46 minuti. Dopo di che i giocatori si rimettevano di nuovo a centrocampo per salutare mesti o moderatamente contenti. E tu aspettavi di vedere l’ultimo scomparire nel sottopassaggio per uscire da San Siro e tornare a casa prendendo il 24 oppure facendoti a piedi tutta la strada fino a piazzale Lotto per salire sulla 90- 91. E mentre rientravi verso la tua periferia confrontavi quello che avevi visto e con ciò che avresti voluto vedere, e godevi o maledivi. Dopo di che, pensavi già alla partita della domenica successiva, perché quando il calcio era il calcio si giocava solo di domenica pomeriggio, e l’unica variazione era l’orario d’inizio, oscillante tra le 14.30 e le 16 a seconda della stagione. Una volta arrivato a casa, ti aspettavano nell’ordine 90° minuto (con i suoi spesso comici commentatori), Domenica sprint (la migliore di tutte le trasmissioni, con servizi sintetici ma completi) e infine, se resistevi al sonno perché la vittoria (o la sconfitta, se già allora eri masochista) era stata davvero importante, la Domenica Sportiva con la moviola di Carlo Sassi, che mostrava con molto garbo tre o al limite quattro episodi tratti da tutte le otto partite disputate, perché quando il calcio era il calcio il campionato di serie A era composta da sedici squadre. Al che, la giornata era davvero finita e potevi andare a dormire… Questo era. Quando il calcio era il calcio.