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La Niguarda sovversiva del 1913

La Niguarda sovversiva del 1913

Quello che qui vi presentiamo è uno degli scritti che hanno fatto diventare Sergio Bernasconi la nostra memoria storica. Con i suoi racconti storici egli ci fa respirare la stessa aria di allora con lo sguardo bonario di chi a quelle storie ci tiene. Perchè sia chiaro: qualsiasi cosa facciamo o pensiamo oggi, noi veniamo da lì. E così Bernasconi dà voce ai niguardesi di allora, alla loro umile vita di operai e contadini alle prese con una vita di fatica e a volte di stenti. Complici le idee di giustizia, libertà ed eguaglianza sociale diffuse dal socialismo queste persone si ribellarono e cercarono di ottenere quei diritti che più tardi furono iscritti nella Costituzione nata dalla Resistenza: diritto al lavoro, allo studio, all’uguaglianza di trattamento. (Angelo Longhi)

Il Novantotto a Niguarda. Con queste parole inizia la prima di due lettere conservate presso L’Anpi di Niguarda, una del 13 luglio e l’altra del 6 agosto 1913, scritte da un giovane niguardese, Emilio, a suo cugino Enrico Ghezzi, abitante nelle case della cooperativa in via Ornato al 7, ma provvisoriamente a Napoli dove sta espletando il servizio militare. Un Enrico Ghezzi suo discendente abita anch’esso nel nostro quartiere. In queste due lettere sono descritti in tempo reale fatti e misfatti accaduti a Niguarda in quella “calda” estate del 1913. Vediamo il periodo storico in cui sono maturati questi eventi niguardesi. L’11 ottobre 1911, il corpo di spedizione italiano di 35 mila uomini, agli ordini del generale Caneva, sbarca sulle coste libiche per la conquista di Tripoli: è guerra. Nel novembre 1912 nasce l’Usi (Unione Sindacale Italiana) per iniziativa di sindacalisti rivoluzionari. L’Usi si pone come alternativa alla CGdL (Confederazione Generale del Lavoro). Nel 1913 si acuisce la crisi economica mondiale, che in Italia colpisce duramente le industrie. Si assiste alla più forte emigrazione nella storia d’Italia e scoppiano scioperi e manifestazioni contro i responsabili degli “eccidi di proletari” di Baganzola (PR), Comiso (RG), Rocca Gora (Roma). A Milano il 19 aprile ha inizio lo sciopero degli operai delle fabbriche automobilistiche: Isotta Fraschini, Bianchi e Alfa. L’agitazione, guidata dall’Usi, si estende alle categorie di operai meccanici e di quelli addetti ai servizi pubblici. Non avrà però l’appoggio della CGdL e della Camera del Lavoro. Ma il 19 maggio l’Avanti! appoggia lo sciopero e critica le posizioni della CGdL. Il 27 e 28 maggio la tensione si accentua per l’adesione dei tranvieri allo sciopero. I dirigenti dell’Usi sono arrestati e le loro condanne provocano un nuovo sciopero generale cittadino di 3 giorni a partire dal 13 giugno. Le agitazioni però continueranno per tutta l’estate. L’eco dei tumulti milanesi arriva anche a Niguarda, paese a forte concentrazione operaia e perciò considerato dalla questura “zona a rischio”. Nel libro nero dei carabinieri niguardesi sono ben noti nomi, cognomi e soprannomi dei sindacalisti e militanti socialisti, a cominciare dal sindaco Luigi Allievi, che con Achille Ghiglione ha già affrontato le cannonate del generale Bava Beccaris nel 1898, subendo condanne ad un anno di reclusione e 300 lire di multa. Il 16 giugno, alle 11 del mattino, i carabinieri della caserma di Niguarda entrano in azione. I primi a essere arrestati sono Rovelli Emilio, Casati Davide e altre due persone appena uscite dal “circolo, un covo di sovversivi”. Anche Basilico Ernesto e Colombo Giuseppe (detto Pinoeu), che del circolo sono i gestori, vengono arrestati a mezzogiorno quando, chiuso per la pausa, stanno rientrando in famiglia per il pranzo. Quando la notizia dell’arresto arriva alle loro orecchie le loro madri, disperate, si precipitano alla caserma reclamando l’immediata liberazione dei loro figli. In pochi minuti tutta Niguarda è davanti alla caserma gridando “vigliacchi” all’indirizzo dei carabinieri e chiedendo a gran voce la liberazione degli arrestati che avviene solo dopo l’intervento del sindaco Allievi e dell’assessore anziano Luigi Sala. Al momento la “bufera” sembra finita. Ma nel tardo pomeriggio con Campi Pietro e Meda Vincenzo ricominciano gli arresti. Quest’ultimo oppone resistenza e viene colpito a sciabolate con la parte piatta dell’arma. Ritorna l’assembramento davanti alla caserma con il solito coro: “vigliacchi, vigliacchi!”. Ormai è sera e i carabinieri per stroncare l’assedio chiedono rinforzi a Milano. Quando questi arrivano adottano la strategia di attacco “già sperimentata in Libia”: accerchiare il paese e poi caricare violentemente le persone da tutte le direzioni. L’assedio viene stroncato in 15 minuti. Alcuni degli assedianti dispersi a colpi di sciabola inguainata cercano rifugio nel circolo ma i carabinieri sfondano le porte e li picchiano. Alle 22 i carabinieri sono i padroni di Niguarda. I denunciati sono 19 di cui 18 arrestati e uno, Luigi Moneta (detto Ganassa), a piede libero. Il processo ai 19 ribelli, fissato per sabato 2 agosto, dura tre giorni. Il giorno di apertura del dibattimento, malgrado lo sciopero generale, mezza Niguarda è presente fuori del tribunale, però solo una trentina di persone oltre a parenti e testimoni riesce a entrare nella piccola aula. L’intera udienza serve per le deposizioni e gli interrogatori dei testimoni (pro e contro) interrotti da accesi battibecchi tra il sindaco, il Pm e i carabinieri specie con l’appuntato Morettino apostrofato dal sindaco Allievi con un “spudorato bugiardo”, per aver compilato un verbale dei fatti falso per cui il povero Gogna risulta imputato con l’accusa di aver condotto due carriole piene di sassi agli assedianti della caserma. Dal canto suo il Pm s’impegna a tutelare l’onore dei carabinieri cercando di dimostrare (secondo lui) che il popolo niguardese è un’accozzaglia di anarchici, rivoluzionari, delinquenti, sempre in prima linea nei tumulti. Tanto da voler incriminare anche il sindaco Allievi, il quale si è sempre comportato a schiena dritta nel contestare le falsità dei verbali dei carabinieri. Martedì 5 agosto è il giorno delle sentenze, dopo le arringhe del Pm per l’accusa e degli avvocati difensori Degli Occhi, Sereni, Bonavita e Bruzzesi, che chiedono l’assoluzione con formula piena per tutti gli imputati. Le sentenze sono in linea con le richieste del Pm. Assolti: Ronchi Ambrogio, Tagliabue Felice, Santambrogio Paolo, Aurita (?) Paolo detto Tambrel, Moneta Luigi detto Ganassa. Condannati: Monti Enrico detto Lechèta a 22 giorni di carcere per il reato di gesto offensivo nei confronti di pubblico ufficiale graduato (gli ha agitato sotto il naso il pugno sinistro con le dita indice e mignolo tesi); Gogna Paolo (?) a 45 giorni di carcere per aver messo la gamba in modo da far cadere un carabiniere (ma giudicato non colpevole per le carriole di sassi), Campi Pietro, Rimoldi Francesco, Meda Giuseppe, Rigamonti Angelo, Ronchi Antonio, Radice Vincenzo detto Nasela, Ronchi Mario detto Menelik, Pagani Giuseppe, Beltramini Oreste, Ghezzi Ambrogio, Nava Stefano, Radice Giuseppe, tutti condannati a 50 giorni per aggressione a pubblico ufficiale. Perché il 16 giugno 1913 a Niguarda ci furono da parte dei carabinieri tanta violenza, arresti indiscriminati e condanne al carcere contro dei pacifici lavoratori? Forse la risposta la si può trovare in un commento alle condanne dei sindacalisti dell’Usi pubblicato sull’Avanti! il 14 giugno e firmato dal direttore Benito Mussolini allora ancora socialista: “Queste sentenze dimostrano che nella società capitalistica la proprietà privata sta al di sopra di tutto, essa è inviolabile, alla sua inviolabilità vengono immolate innumerevoli vite umane e tutto è lecito in sua difesa. Da queste mostruose sentenze di classe deve scaturire per il proletariato la persuasione che nella società capitalistica esso non possiede altro che le catene alle quali è bloccato. Tentare di infrangere queste catene vuol dire scatenare tutte le più basse vendette della classe privilegiata. L’operaio possiede una libertà sola: quella di morire di fame. Tutto il resto gli è proibito.” Niguarda luglio 2016

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