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I derby del 20 novembre

I derby del 20 novembre

Nella prossima giornata di campionato andrà in scena il derby più giocato e prestigioso d’Italia: quello di Milano, naturalmente. Sarà il 217° in competizioni ufficiali, e noi ci siamo chiesti quanto erano stati quelli disputati il 20 novembre nel secondo dopoguerra. Così, come amiamo fare da sempre, siamo andati indietro nel tempo e ne abbiamo scovati tre, che abbiamo voluto dedicare ad altrettanti grandi del mondo del calcio italiano. La prima volta fu nel 1960. E questo 133° derby lo abbiamo intitolato a colui che quel giorno esordiva in una stracittadina che per quasi vent’anni lo avrebbe poi visto come indiscusso protagonista: Gianni Rivera. Smilzo e con i capelli a spazzola, sulle spalle i suoi miseri 17 anni (sì, proprio così), il futuro capitano del Milan si schierò a centrocampo a salutare il pubblico insieme a Buffon e Ghezzi, Picchi e Angelillo, Cesare Maldini, Bolchi e Trapattoni, Corso e Altafini, Salvadore e Guarneri, Firmani e Lindskog, tutti ottimi giocatori al termine o all’inizio di una carriera comunque da ricordare. Chissà, se Rivera sapeva di essere un predestinato? Probabilmente sì. Anche se, in verità, il suo esordio fu doppiamente negativo. Lui, infatti, dopo 23’ venne colpito duro da Bolchi e scomparve dalla gara, probabilmente intimidito dall’omone che lo curava. E il Milan perse per 1-0 a causa di un tiro di Picchi da fuori area al 44’, complice un Ghezzi che si tuffò in ritardo forse aspettando un traversone. Tuttavia, il Golden boy avrebbe avuto tempo di rifarsi. Il secondo derby caduto il 20 novembre (1966) desideriamo invece dedicarlo all’immenso Gianni Brera, inimitabile e insuperabile scrittore di calcio il quale, con “Il Milan ha perso il derby: evviva il Milan!”, iniziava il suo pezzo in occasione della 147° stracittadina, vinta dall’Inter per 1-0. Davvero impagabile, il suo articolo: una gioia per chi ama leggere di calcio. A partire del titolo, “Derby folle a S. Siro: il Milan lo domina a vuoto e perde”, che riassumeva l’andamento di una partita comandata dai dei rossoneri incapaci di realizzare almeno una delle otto (!) palle gol costruite. Mentre i neroazzurri, che per il giornalista difficilmente avrebbero potuto giocare peggio, erano passati solo grazie a un tiro di Mazzola deviato da Maddè al 29’30’’ (proprio così, con minuto e secondi) della ripresa. Il Maestro, inoltre, si dichiarava contento della vittoria dell’Inter perché un pareggio sarebbe stato inutile a entrambe. Il punteggio del campo, infatti, permetteva ai neroazzurri di restare in corsa per lo scudetto (che avrebbero perso all’ultima giornata nella fatal Mantova a vantaggio della Juventus). Ma nel caso, avrebbe ugualmente gioito per un successo del Milan (che sarebbe così rientrato nel giro scudetto), perché “sono lombardo e le squadre della mia capitale mi sono entrambe care”. Motivi di spazio non ci permettono di citare tutte le perle del’articolo apparso su “Il Giorno”. Ma oltre a raccomandarvi di acquistare – o farvi regalare per Natale – il libro “Gianni Brera, Derby!” (ultima edizione quella della Book Time nel 2015), impossibile non citare la premonizione riguardante il Milan che con “un paio di innesti sapienti tornerà a lottare da protagonisti”: i rossoneri, difatti, l’anno dopo con Rocco in panchina e qualche acquisto (Cudicini, Malatrasi, Hamrin, Prati) avrebbero vinto lo scudetto e la Coppa delle Coppe, aprendo un ciclo memorabile. Un’altra chicca il riferimento agli insulti che i tifosi milanisti avevano urlato a Lo Bello e che lui, una volta intervistato, aveva sostenuto di non avere sentito: “Accidenti che orecchie”, il fantastico titolo del Gioannbrerafucarlo, che tuttavia prese le difese della giacchetta nera (come, del resto, faceva con ogni arbitro). E poi, Mazzola “è matto e gioca da solo”, Domenghini “ha dato noia a tutti”, Rosato è “pratico” per tutti i falli che ha commesso su Mazzola, mentre un “còppet” viene regalato ad Amarildo per un tiro sbagliato e un “cappell e baston, siora contessa” a un Sarti imbattibile. Il terzo derby disputato il 20 novembre fu nel 1994, e si concluse 1-1 con reti di Fontolan (gran tiro da fuori al 4° del primo tempo) e Maldini (conclusione all’ingresso dell’area di rigore che beffa Pagliuca al 5° del secondo tempo). In panchina Fabio Capello per il Milan e Ottavio Bianchi per l’Inter. Derby non spettacolare ma che sarà l’ultimo di Ernesto Pellegrini come presidente dell’Inter. Ed è proprio a lui, uno degli ultimi galantuomini del calcio italiano, che vogliamo dedicarlo. “Sono tifosissimo dell’Inter da sempre, desidero entrare nel Consiglio direttivo. Lei assuma informazioni, perché non mi conosce, e se le riterrà buone, mi chiami”. Questo il testo della lettera con la quale si presentò a Ivanoe Fraizzoli allora presidente dell’Inter. Le informazioni furono talmente buone che Pellegrini divenne subito vice presidente e nel marzo del 1984 succedette a Fraizzoli. Figura spesso sottovalutata nella storia dell’Inter Pellegrini dimostrò sempre una grande passione per i colori nerazzurri. Si presentò ai tifosi acquistando Karl Heinz Rummenigge e fece ogni sforzo per far grande l’Inter scontrandosi con lo strapotere economico del Milan di Silvio Berlusconi. La vittoria entusiasmante nel 1989 dello scudetto dei record con in panchina Giovanni Trapattoni e in campo Matthaus e Brehme e la conquista di due Coppe Uefa furono i suoi grandi capolavori.

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