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Non solo bombolette e muri: la Street Art cambia (con) la città

Non solo bombolette e muri: la Street Art cambia (con) la città

Percorsi e protagonisti di una nuova estetica urbana

Parafrasando una delle equazioni più amate dagli urban artists di tutti i tempi, “muri puliti = popolo muto”, quello che da qualche anno a questa parte sta accadendo nelle maggiori città italiane potrebbe essere ribattezzato come “strade pulite = popolo muto”. E, quindi, “tombini, pali della luce, centraline elettriche, scalinate, strisce pedonali, paracarri, cartelli stradali puliti = popolo muto”. Si tratta, insomma, di un vero e proprio cambio di prospettiva: non solo perché il lavoro artistico viene trasferito da una superficie bidimensionale e verticale (quella del muro) a una varietà di supporti per lo più tridimensionali e orizzontali (quelli dell’arredo urbano), ma anche perché si sta assistendo al passaggio, culturale oltre che estetico, dal panorama dei graffiti a quello della Street Art. Non più le scritte del writing che per la loro difficoltà tecnica risultavano illeggibili, non più i muri, non più le bombolette, non più la logica del gruppo che sfida le altre “crew” a colpi di colore, ma un’arte assai più composita e (ri)qualificante della città: la Street Art si adegua alle trasformazioni urbane, alla committenza civica, alla gentrificazione e prende vita grazie alla collaborazione con le autorità. Dai muri si sposta su tutto l’arredo urbano per trasformarlo, con pennelli, vernice, carta e lana, in veri oggetti di design urbano che, a differenza dei graffiti, cancellati da apposite squadre di pulizia, ben si prestano a diventare pezzi unici da esporre nei musei. A cambiare sono anche gli artisti: street artists non sono più quei writers che, “puristi” della cultura americana dell’Hip ­ Hop, rivendicano l’autonomia e l’illegalità di una tradizione artistica e culturale dura a morire, quanto chi, più vicino ai 40 anni che ai 30, ha visto il contesto urbano evolversi e con l’aiuto dell’arte l’ha fatto proprio. È il caso del milanese Pao, al secolo Paolo Bordino: pioniere della Street Art in Italia, a partire dai primi anni del 2000 ha iniziato a trasformare i dissuasori della sosta di forma semisferica in pinguini a fumetto: «I miei primi pinguini ­ racconta Pao ­ nascono da un’esperienza personale: la notte di Capodanno del 2000 una mia amica ha dato vita, vestendosi un po’ troppo, a un personaggio goffo e particolarmente “pingue”. Associazioni di idee hanno fatto sì che dal foglio sia passato ai paracarri». E, successivamente, ai lampioni (trasformati in Chupa Chups), alle centraline elettriche (colorate come fossero pupazzi), alle rampe per disabili (convertite in spicchi di limone). «La peculiarità di questi interventi ­ continua Pao ­ è la loro estemporaneità, il fatto di apparire laddove non dovrebbero. Alcuni di essi denunciano situazioni negative, altri integrano l’arredo urbano». Al punto che adesso Pao collabora con il Comune: per la mostra “StoriaMi ­ Street Art per la storia” del 2016, lo street artist ha infatti realizzato 8 pannelli che raccontano la vita di uno dei luoghi più antichi di Milano, piazza dei Mercanti. Il vero artista dei cartelli stradali è, tuttavia, il francese CLET, all’anagrafe Clet Abraham. Amante dell’Italia, CLET opera dal 1990 per lo più a Firenze, ma i suoi sticker hanno fatto il giro del mondo: apposti sulle indicazioni stradali senza impedirne la lettura, con loro un divieto d’accesso si trasforma in un in omino nero che trasporta un’asse, una strada a fondo chiuso in un crocifisso, un senso unico in un cuore rosso trafitto dalla freccia di Cupido. Nonostante le prime reticenze da parte delle istituzioni (soprattutto fiorentine), nel 2015 CLET ha collaborato con il Comune di Dicomano, in provincia di Firenze, con il progetto “Segnali – fra regole e libertà”: una camminata per le strade del paese con gli alunni di una scuola media locale i quali, attraverso i cartelli riadattati dall’artista, hanno imparato a leggere i segnali stradali. A stravolgere la percezione della città ci pensa invece Biancoshock, pseudonimo del milanese Francesco Biancospavento. L’artista dissemina il contesto urbano di oggetti di uso comune che, ridipinti o modificati, assumono un significato inaspettato: un cassonetto dell’immondizia addobbato come fosse la culla di un neonato, un autovelox decorato con il vecchio simbolo di Instagram, una grata situata per terra e arredata con zerbino e pantofole. Ma il lavoro che ha reso famoso lo street artist meneghino si è svolto lontano dalla sua città d’origine: a Civitacampomarano, per la precisione, un piccolo comune a rischio di spopolamento in provincia di Campobasso. Qui, nel 2016, durante la prima edizione di CVTà Street Fest, Biancoshock ha reinterpretato alcuni luoghi simbolo del borgo con i loghi dei recenti mezzi di comunicazione. Così la buca delle lettere è stata ricoperta con  l’immagine di Gmail, una vecchia cabina telefonica è diventata un punto Whatsapp, la bacheca del paese è stata trasformata in un wall di Facebook, l’Apecar per trasportare l’acqua è diventata un WeTransfer. Il suo progetto, “Web 0.0”, è stato molto apprezzato dagli abitanti del luogo (per lo più anziani) che, come spesso succede in questi casi, hanno accolto con favore le trasformazioni urbane, accettandole e facendole proprie. Più romantico è MaRea, nome d’arte del padovano Andrea Masiero, che nella vita guida pullman e ha come hobby la poesia di strada. I suoi interventi, iniziati a Ferrara nel 2014, consistono nel disseminare la città di brevi versi poetici su supporti cartacei, abbandonati su panchine e metro ma anche appesi agli alberi o tra le ringhiere dei balconi con filo e mollette. «Tutto inizia a Firenze ­ racconta MaRea ­ dove vidi per la prima volta alcune poesie del MeP (Movimento per l’emancipazione della poesia) affisse per le vie della città». MaRea non collabora ancora con le istituzioni, ma le sue opere sono molto amate, soprattutto a Bologna: «L’esempio più importante ­ prosegue ­ è la panchina di Smart Poetry del 2016, ai giardini della Ca’ buia all’Arcoveggio. Nata nella clandestinità, è diventata un’opera condivisa durante i 3 mesi di lavori: bambini che venivano ad aiutarmi, persone che mi chiedevano informazioni, “umarells” che venivano a raccontarmi la loro vita e a seguire i lavori del cantiere poetico. L’opera è stata sostenuta da tutto il parco, in primis dall’associazione che lo gestisce. È stata un’esperienza straordinaria».

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