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Ciao sergente buono

Ciao sergente buono

Il 17 settembre, a 81 anni, è scomparso Eugenio Bersellini, allenatore dell’Inter dal 1977 al 1982.
Con lui in panchina i nerazzurri hanno vinto uno scudetto e due Coppe Italia.

“Siamo a Borgotaro, il paese del ‘tuo’ allenatore. Pensa che produce anche il vino”. Ricordi fine anni ’70, della parte interista di questa rubrica, di brevi vacanze in Toscana da raggiungere superando l’appennino tosco-emiliano, inerpicandosi fino al Passo della Cisa. È l’autostrada omonima aperta al traffico nel 1975. L’uscita per Borgotaro si trova a circa 40 chilometri dallo svincolo di Parma e “il tuo” anzi “il mio allenatore” era Eugenio Bersellini che ci ha salutato il 17 settembre a 81 anni. “Mio” per questione generazionale e non solo. Era la primavera del 1979 quando accettai la proposta di papà di sottoscrivere il primo abbonamento all’Inter. “Lo facciamo ai distinti, tanto tu hai 10 anni ed entri gratis. Però mi raccomando: ricordati che bisogna andare allo stadio ogni due domeniche. Non è che poi ti stufi?”. “Andiamo a vedere l’Inter… E come potrei annoiarmi?”, fu la rapida risposta accompagnata da un sorriso Durban’s. E così andò. Un’annata indimenticabile, con l’Inter in testa da sola dalla prima all’ultima giornata. Bordon, Baresi, Oriali, Pasinato, Mozzini, Bini, Caso, Marini, Altobelli, Beccalossi, Muraro; l’undici titolare imparato subito a memoria capace di vincere tutti e due i derby (memorabile il 2-0 dell’andata con doppietta di Beccalossi sotto il diluvio), di dominare a San siro la Juve per 4-0 prima di festeggiare il dodicesimo scudetto dopo un 2-2 da brivido contro la Roma di Liedholm. Tutto questo sotto la guida del Sergente di Ferro Eugenio Bersellini. Soprannome che in realtà gli fu dato già alla Sampdoria, prima di arrivare all’Inter nell’estate del 1977, per essere stato uno dei primi allenatori a puntare su preparazione atletica e dieta. Corse nei boschi, ripetute su campi pesanti, salti sui gradoni, stretching e pesi sono oggi quasi la norma per qualunque scuola di calcio; una novità invece per i ritiri estivi di quell’epoca, durante i quali, la corsa e gli esercizi fisici venivano presto abbandonati in favore del “pallone”. Racconta Ivano Bordon portiere di quell’Inter che con il tecnico emiliano vinse anche due coppe italia (1977-1982) e raggiunse una semifinale di Coppa dei Campioni (1981): “Bersellini portò un nuovo metodo di lavoro al quale non eravamo abituati ma che nei cinque anni in cui lavorammo insieme diede i suoi frutti. Era un allenatore che puntava molto sulla preparazione fisica. La settimana prima del ritiro estivo si andava in montagna e per i primi tre giorni i giocatori in sovrappeso seguivano una dieta ferrea. Tra questi c’era quasi sempre Evaristo Beccalossi che aveva una viva propensione per i dolci e faceva fatica a rinunciare alle Marlboro. Bersellini lo curava a “uomo” come racconta lo stesso Evaristo: “Faccia da duro, ma umanissimo. Quanto mi è stato dietro… io non ero un gran professionista e lui mi parlava un sacco, mi regolava l’alimentazione, mi puniva. Una volta rimasi una settimana in ritiro, poi segnai un gran gol alla Lazio e mi disse: hai visto che ti fa bene? Mister, risposi, ma io mica posso stare in ritiro a vita per giocare a pallone. Mi faceva correre sotto i temporali e voleva convincermi di quanto fosse bello il rumore della pioggia. Una volta mi portò in sauna: mezz’ora di atroci sofferenze, poi esco e la bilancia dice che sono dimagrito di un chilo, poi ci sale lui e il suo peso non è calato di un grammo. ”Ma va a caghèr”, disse alla bilancia in dialetto parmense”. Un burbero dal cuore d’oro con grande rispetto per il valore del lavoro e la certezza che solo con impegno e volontà si possono ottenere i risultati desiderati. “Se abbiamo vinto il dodicesimo scudetto – commentò subito dopo la vittoria – il maggior merito va alla società: io mi tengo solo quello dell’impegno e della serietà nel lavoro cui si potrebbe aggiungere un po’ di psicologia e tanto dialogo con i giocatori. Io non sono certo di quelli che dicono ai propri ragazzi che sono i migliori di tutti. Al contrario: al massimo dico loro che, sì, possono ottenere determinati risultati…, ma solo a certe condizioni. E siccome all’Inter ho sempre avuto la fortuna di avere a che fare con della gran brava gente, i risultati mi hanno dato perfettamente ragione”. Un allenatore semplice entrato nel cuore dei tifosi e salutato in questi giorni dai i suoi ex-giocatori con grande affetto e commozione. A cominciare dalle dolci parole di Spillo Altobelli. “Mi ha fatto diventare un campione del mondo, insegnandomi il comportamento in campo e fuori, grazie al suo esempio di persona onesta dedita al lavoro. L’allenatore ideale per un ragazzo in formazione, sono stato fortunato ad incrociare la mia strada con la sua”. Per Beppe Baresi è stato come un padre mentre qualche lacrima scende dopo aver letto il ricordo di Evaristo Beccalossi pubblicato su Instagram. “Lo so che ti ho fatto disperare Eugenio. Hai fatto tutto per me: ritiri, multe, diete, cazziatoni, allenamenti differenziati, ore nello spogliatoio io e te. Tutto questo per farmi capire come mi dovevo comportare per arrivare in alto. Mi arrabbiavo ma poco o tanto che ho fatto lo devo a te. Tutto questo con grande amore nei miei confronti. Grazie di tutto Mister”.

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