L’Isola scomparsa e moltiplicata di Helena Janeczeck

L’amore della scrittrice Premio Strega per il nostro quartiere

La “Repubblica” del 28 luglio scorso ha pubblicato, nella sua rubrica Letteratura Libri Robinson, un delizioso articolo di Helena Janeczek (Premio Strega 2018) dall’ingannevole titolo “C’era una volta un’Isola a Milano”. Titolo che in effetti evoca immediatamente la sterminata letteratura sull’Isola che non c’è più. L’Isola, cioè, dei personaggi leggendari ed epocali (banditi, santi, eroi, imprenditori, leaders massimi…). L’Isola dei cento caduti per la libertà. L’Isola bipolare dei patronati e delle cooperative. L’Isola degli artigiani e dei liutai. L’Isola di Leonardo e di Garibaldi. Delle case a ringhiera e di Mezzanotte. Delle case popolari con le loro fughe di cortili interni comunicanti a prova di sbirro. Dei villaggi ferrovieri e postelegrafonici con le villette replicanti… Ma gli scrittori vedono le cose con occhi nuovi. Dopo una decina di righe nelle quali Helena, ospite di una casa del quartiere storico (“una delle poche case a ringhiera rimaste come una volta, senza ascensore, con i passeggini ai piedi delle scale e le bici in cortile”), intravede, anche se di sghembo, i nuovi riferimenti del quartiere (il Bosco Verticale, la torre Unicredit, il Rasoio), l’articolo decolla, è vero, con una rinnovata dichiarazione di amore per “l’Isola (anche se) non più isolata dai binari e dunque non più ‘isola’ …” e con una sequela di attestati di bellezza (per la Casa della Memoria, per il giardino antistante, per il passeggio delle famiglie sul sentiero declinante da piazza Gae Aulenti verso il Bosco Verticale…) ma poi coglie esplicitamente il motivo più profondo della propria ammirazione per la nuova Isola non più isola. “La cosa più bella di questo nuovo cuore di Milano non sta nell’architettura dei singoli grattacieli e neanche nell’infilata spettacolare che disegnano lungo l’area delle Ex-Varesine. La cosa più bella è l’intervento urbanistico che ha legato parti separate della città, creando un tessuto ricco di contrasti e anche di conflitti, ma vivo in una misura che non si sarebbe potuto immaginare.” In fondo, come la morte di Gerda Taro, la ragazza con la Leica del suo libro (*), permette di illuminare i sentimenti e i destini non solo di una cerchia di amici ma anche di una intera generazione alle soglie del delirio nazista, anche la scomparsa della vecchia Isola libera nuove prospettive, nuovi accostamenti. Da piazza Gae Aulenti si dipartono passerelle fisiche e metafisiche con mondi urbani sino ad allora remoti. Per Piazza della Repubblica con i suoi grandi alberghi del secolo scorso e da lì o si raggiunge la Stazione Centrale o, “proseguendo all’ombra delle vie in cui sopravvivono i primi ristoranti africani” si sbuca in Corso Buenos “altra arteria connettiva di mondi antitetici”. Oppure per Corso Como e da lì via Pasubio, i Bastioni di Porta Volta (con un vivissimo flash del suo storico Circolo Reduci e Combattenti), piazza Bajamonti, via Paolo Sarpi e la sua Chinatown. Un caleidoscopio continuo di epoche, classi, etnie allegramente rimescolate! Viene adombrato anche il gemellaggio di Isola Pepe Verde con l’altro giardino comunitario sui Bastioni di Porta Volta, intestato a Lea Garofalo “rapita e uccisa a Milano“ da chi lei aveva sfidato decidendo di farsi testimone di giustizia. Nuova passerella anche quella con “chi arriva in treno a Porta Garibaldi” come la scrittrice ha fatto per anni. Avanza il tempo quindi per qualche acquisto. E l’immagine finale è quella della Esselunga sotto il Podio di piazza Gae Aulenti. Emblema del nuovo melting pot milanese. Turisti, funzionari Unicredit, cinesi della vicina Chinatown, domestiche filippine delle torri di cristallo di Porta Nuova, pendolari del grande hinterland metropolitano… Ciò che è scomparso, insomma, ricompare. Moltiplicato.

(*) Nata a Monaco di Baviera nel 1964, Helena Janeczek vive da trent’anni in Italia. Il suo ultimo romanzo, La ragazza con la Leica (Guanda), ha vinto il premio Strega 2018.