Al Teatro della Cooperativa il debutto di Gabriele Vollaro, giovane attore niguardese

“Bartleby”, tratto da un romanzo breve di Herman Melville, l’autore di “Moby Dick”, è uno spettacolo ambiguo e affascinante che dal 15 al 25 novembre potremo applaudire in prima nazionale al Teatro della Cooperativa. Protagonista insieme a Luca Radaelli, attore del Teatro Invito di Lecco, è Gabriele Vollaro, un giovanissimo che vive nella nostra zona. “Ho 19 anni – dice Gabriele – sono nato a Milano e posso a ragione considerarmi niguardese. Ho studiato alla Cesari, alla Cassinis e al Russell dove la sezione del liceo classico Omero, al quale ero iscritto, si era trasferita e naturalmente ho tantissimi amici niguardesi. Attualmente frequento il primo anno di Filosofia alla Statale”. Come sei approdato al teatro? “Ero un ragazzino esuberante così nel gennaio 2012, quando ero in seconda media, per incanalare le mie energie la mamma pensò di impegnarmi in qualche attività e la scelta cadde su Puntozero, un laboratorio teatrale in via Ciriè dove ho trovato un ambiente meraviglioso che per sei anni mi ha accompagnato e fatto crescere. All’inizio, certo, ero un po’ smarrito ma anche grazie a straordinari insegnanti, Lisa e Giuseppe, dopo tre settimane ero già pazzo di quella avventura. Così, in modo casuale, è avvenuto il mio ingresso nel mondo dello spettacolo da cui non mi sono più staccato. Alla fine del 2017 alla Sala Melato del Piccolo con i ragazzi del carcere minorile Beccaria abbiamo portato in scena il “Sogno di una notte di mezza estate” di Shakespeare. (Una peculiarità di Puntozero è infatti quella di tenere da più di 20 anni laboratori teatrali anche dentro alle carceri). Un esordio grandioso! Lo scorso anno ho frequentato un corso tenuto da Quelli di Grock, un’esperienza molto positiva che mi è servita a scoprire punti di vista diversi, più che sull’aspetto performativo infatti questa scuola punta sulla coralità, sulla fisicità, sugli esercizi in sé. Mi è servito molto anche l’essere inserito in un gruppo del tutto nuovo con le difficoltà che questo comporta, prendere coscienza di sé, imparare a conoscersi, amalgamarsi. Con Quelli di Grock abbiamo preparato un lavoro tratto da “Gli uccelli” di Aristofane ed è stato interessante il fatto che a noi studenti sia stato richiesto anche un lavoro di rielaborazione del testo. Parallelamente da anni collaboro con QuintAssenza, la compagnia amatoriale per cui mio padre scrive copioni. Il teatro è diventato ormai una realtà importante nella mia vita per cui quando lo scorso giugno ho saputo che Renato Sarti cercava un attore giovane, non molto alto, cui affidare il ruolo di Bartleby, uno dei due protagonisti del testo di cui stava curando la regia, mi sono presentato. Il provino è andato bene, quindi eccomi impegnato in un ruolo interessante ma difficile, Bartleby infatti è un personaggio complesso, un enigma che rimane tale sino alla fine. Le mie battute sono 30, tutte frasi brevi, a volte molto simili, ma ogni piccolo cambiamento nella battuta è sintomatico del cambiamento che sta avvenendo nell’animo del personaggio quindi devo stare molto attento a dare alla frase la giusta intonazione e intenzionalità e questo richiede tanta concentrazione”. È stato faticoso calarti in questo personaggio singolare? “È stato difficile comprenderlo a fondo e ugualmente difficile interpretarlo. La frase che ossessivamente continua a ripetere – ‘Preferirei di no’ – potrebbe a volte rischiare di farlo apparire un personaggio comico mentre invece la parte comica ci arriva dagli altri tre dipendenti dello studiolo di Wall Street, che conosciamo attraverso la narrazione fatta in prima persona dallo stesso avvocato. Bartleby è il lato oscuro di questo studio e quindi nello spettacolo Renato gli ha dato una connotazione drammatica. Per me è un ruolo nuovo perché ho sempre interpretato personaggi esuberanti, molto fisici. Nel ‘Sogno di una notte di mezza estate’ ero Puck, lo spirito selvaggio del bosco, in ‘Romeo e Giulietta’ Mercuzio, focoso e irruente, Bartleby è invece la quiete, la pacatezza, la riflessione. Vitreo nello sguardo, chiuso ma lucido e presente a se stesso non rinuncia mai alla propria indipendenza di pensiero, quello che ha da dire lo dice raramente ma in modo preciso, puntuale. È uno che rinuncia persino a spiegare perché rinuncia. Non viene scalfito da nulla e il suo dire sempre di no non è altezzoso o arrogante ma una necessità. I tentativi da parte dell’avvocato di avvicinarsi a lui per salvarlo sono inutili perché Bartleby è inarrivabile, impenetrabile, una persona a cui sembra mancare, come dice lo stesso avvocato in una battuta, un qualsiasi segno di umanità”. Una storia quasi kafkiana che affronta sul filo dell’ironia il tema dell’interrogarsi umano, due bravi attori, uno spettacolo che siamo sicure catturerà e regalerà al pubblico forte emozioni.