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Memoriale della Shoah: quando al Binario 21 si partiva per la morte

Memoriale della Shoah: quando al Binario 21 si partiva per la morte

Esiste, dentro alla Stazione Centrale, un luogo in cui si può ripercorrere una delle pagine più tragiche della storia dell’umanità e riflettere su ciò che durante la Seconda Guerra Mondiale è avvenuto nel cuore della nostra città. È iniziato proprio da qui il terribile viaggio di migliaia di persone innocenti, di religione o appartenenza ebraica, dissidenti politici, oppositori del regime nazi-fascista, rastrellati e deportati nei campi di sterminio dopo la firma dell’Armistizio. Da questa stazione ferroviaria che nel 2010 è diventata il Memoriale della Shoah – Binario 21. Tra il 1943 e il 1945 dal Binario 21 partirono 20 convogli, carichi di quella umanità innocente che secondo le leggi razziali, o più propriamente razziste, e in base alla Soluzione finale, approvata dal regime hitleriano a Wansee (Berlino) nel 1942, dovevano essere eliminate, fatte scomparire dalla faccia della Terra, “per la sola colpa di essere nati”! (parole della senatrice a vita Liliana Segre). Grazie alla volontà e alla determinazione di pochi sopravvissuti allo sterminio, in primis della stessa Liliana Segre, agli sforzi finanziari della Fondazione Memoriale della Shoah, dell’Associazione Figli della Shoah, della Regione Lombardia (nella precedente giunta: progetto Religo Tour), della Provincia di Milano, del Comune di Milano, delle Ferrovie dello Stato, di benefattori privati e di altri fondatori quali la Comunità Ebraica di Milano o la Comunità di Sant’Egidio, oggi il Memoriale è aperto a tutti, studenti e cittadini, che, accompagnati da guide esperte, vengono condotti a ripercorrere un vero e proprio viag- Inaugurata a fine ottobre, la Biblioteca degli Alberi non è stata mai più lasciata sola. Neanche la prima notte, di pioggia, della sua vita. Con nottambuli e ragazzi a camminarvi dentro, quasi increduli di tutto quello spazio vivente e improvvisamente accessibile senza la minima barriera. E con l’amaca-cesta al centro del cerchio dei salici occupata, come conosciuta da sempre, da una coppietta con l’ombrello. Ci siamo poi tornati quasi ogni giorno, fino a farci diventare familiari i suoi viali di calcestruzzo fibrorinforzato, i suoi sentieri in cemento drenante, le sue “stanze” circolari di salici, betulle ed aceri collegate a precise funzionalità (giochi, wellness, eventi, svago, cani…) e tutte le altre grandi tessere del suo mosaico. I prati rasati, gli spazi rustici coperti da cespugli dagli steli sottili, le limonaie nei grandi vasoni rossi, il limpido laghetto triangolare… Siamo così entrati nello spirito di questo parco giardino così diverso da tutti quelli che conosciamo. Un parco che si richiama ad una tradizione newyorkese più che italiana, e che rivendica un’attenzione al pluralismo delle sue piante tipico di un orto botanico. Un parco giardino dove gli alberi, ancora adolescenti, sono tutti disposti a cerchio, non uno lungo con i viale diritti e larghi che lo attraversano. Dove poche sono le panchine. Dove non ci si sente mai soli o al riparo della città. Più che uno spazio rifugio, la Biblioteca è uno spazio belvedere affacciato sui grattacieli del Porta Nuova che, a loro volta, lo osservano con i mille occhi delle loro vetrate. Percorrerlo non è una immersione ma una esperienza psicosensoriale fatta di piccole sorprese che accompagnano tutta la passeggiata. Le lampade per la lettura notturna, l’esposizione dei nomi delle specie arboree, le scritte in rame su viali e transenne : “Respirare Anna 55 anni” “Le nostre foglie arrossiscono nel sentire le parole degli innamorati Mario 41 anni” … La rete si è divisa tra elogi sperticati e commenti malignetti, tra innamoramenti e disagi. Nel quartiere, l’Associazione che ha realizzato “dal basso” un’altra pressochè unica proposta privata di verde pubblico, quella di Isola Pepe Verde, ha manifestato la sua perplessità su alcuni aspetti della gestione del dopo inaugurazione della Biblioteca. In effetti, questa è veramente una cosa nuova, nel suo nascere e nel suo crescere nel cuore di un centro direzionale del quale ha ricoperto tutte le cicatrici dei suoi cantieri. Ha bisogno di molta acqua perché sotto non ci sono falde acquifere profonde, ma, appunto, materiale di riporto e cemento. Ha bisogno di protezione perché non ha cancelli. Di cura continua perché i suoi 450 alberi si stanno sviluppando e i suoi 90.000 tapezzamenti erborei e floreali vanno curati, rinnovati, ripuliti. Un bando per la sua gestione, prontamente vinto dalla Fondazione Catella, comporta per questa un costo annuo di tre milioni garantendo di contro, assieme alla presenza di tre vigilantes notturni motorizzati e di un piccolo stuolo di giardinieri (che saranno forniti dalla società che l’ha assemblato in 18 intensissimi mesi di lavoro, la HV Style), l’agibilità per eventi e iniziative culturali (sino alle 23), il completamento delle strutture del parco con chioschi e uno spazio coperto per la ristorazione, la costituzione di un vera e propria governance per la programmazione della sua vita pubblica. (Primo Carpi) gio nel tempo. Il Memoriale della Shoah si presenta proprio come era allora, con interventi strutturali e architettonici minimi, essenziali, caso mai simbolici; negli anni ‘30 e ‘40 del Novecento, questi spazi bui e sotterranei, nascosti alla vista, erano adibiti allo smistamento della posta e dei pacchi postali. Alle SS del Terzo Reich, arrivate a Milano il 10 settembre 1943, questo luogo, appartato e ignoto ai più, apparve ideale e perfetto per caricare su vagoni merci e carri bestiame, nell’ignoranza di tutta la città e magari anche nell’indifferenza di qualcuno, centinaia di migliaia di persone per deportarle nei campi di sterminio di Auschwitz-Birkenau, Mauthausen, Bergen Belsen e nei campi di transito e smistamento di Verona, Bolzano, Fossoli (vicino a Carpi – Modena). Il Muro dei nomi ricorda 774 persone: sono quelle di due convogli, il primo partito il 6 dicembre 1943, carico di 169 oppositori politici, e il secondo il 30 gennaio 1944, con 605 ebrei, tra cui Liliana Segre e suo padre Alberto. Solo 27 di loro fecero ritorno a casa. I vagoni venivano stipati di persone, tra le 50 e le 80 persone in ognuno e poi, tramite un carrello elevatore, portati in superficie, nella parte superiore della Stazione, per essere subito fatti partire, con priorità su tutti gli altri treni, verso la morte, verso le uccisioni di massa nelle camere a gas e i forni crematori. Il Memoriale della Shoah è dunque un luogo dove conoscere, riflettere, ricordare, prendere coscienza della atrocità e disumanità cui l’uomo può arrivare e che può mettere in atto nei confronti di altri esseri umani. Ricordare e tramandare questa orrenda verità è un dovere morale, un obbligo verso chi non c’è più, verso i milioni di esseri innocenti che sono stati inghiottiti dall’indifferenza di altri uomini che hanno preferito non vedere, non prendere posizione, non scegliere da che parte stare, non fare la differenza! Come scriveva Primo Levi: “L’opposto del bene non è il male, ma è l’indifferenza”!.

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