GIORNALE DI NIGUARDA - CA' GRANDA - BICOCCA - PRATOCENTENARO - ISOLA

Correndo sui miei passi. Alla maratona anche i ricordi

Correndo sui miei passi. Alla maratona anche i ricordi

I mitici 42 chilometri con il loro carico di “dolori e fatiche” stanno per concludersi. “L’enorme gonfiabile rosso con la scritta “Arrivo” è là in fondo al corso, nel centro di Milano.” È l’incipit del gustosissimo amarcord di tutta una vita, lungo appunto quanto l’intero percorso di una maratona, di Roberto Alberti, autore del bel racconto “Correndo sui miei passi. Alla maratona volano anche i ricordi”.
Come in tutti gli amarcord anche nel suo convivono tre viaggi. Nel tempo, nello spazio e … nell’io dell’autore. Motivo conduttore che accumuna questi viaggi, però, è la corsa e quanto le sta intorno, sicché il  lavoro di Alberto è una specie di “Correndo correndo” che richiama il mai dimenticato “Ballando ballando” di Ettore Scola.  Ed ecco la prima dissolvenza del racconto; la casa e il cortile della sua infanzia con le loro voci, i loro volti, i loro odori. Poi la lontana e faticosa terra toscana dalla quale la sua famiglia proviene. Poi la città via via con le sue stagioni: i primi anni dell’adolescenza, della giovinezza,  della contestazione. Poi il primo viaggio in India, zaino in spalla, in compagnia della eccezionale ragazza che unica ne accetta i disagi…
Accanto a quella dei luoghi, scorre la lunga carrellata dei ricordi che li accompagnano. Una lunga serie di episodi anche drammatici ma stemperati dalla nostalgia e dall’indulgenza il cui alone circonda sempre le prove passate, anche le più ardue. Episodi nei quali (come in un remake dell’indimenticabile personaggio di Forrest Gump, certamente noto anche a Roberto) la corsa è quasi sempre l’arma istintiva più sicura per uscire dal “problema” di turno.
Il contadino che brama di dare una lezione ai monelli che ne hanno svaligiato il carico di frutta.  L’addetto ai cantieri di una strada che si infuria per una innocua bravata e si rivela un irriducibile inseguitore sempre più aggressivo. Le cariche della polizia nella stagione delle contestazioni. La veloce messa in sicurezza di fronte a una diversa ma sempre minacciosa carica di neri e possenti bufali indiani. La fuga gambe in spalla da una folla di fedeli di una moschea involontariamente provocati … Ma anche il ricordo di avere avuto gambe e coraggio per inseguire un vile rapinatore di strada, ringhioso e armato però quando raggiunto.
Ma ecco che la capacità di correre e correre forte, scoperta quasi casualmente dentro di sé a fronte del pericolo, pian piano si consolida, mette radici. Diviene occasione di immersione totale nel giro delle giornate e delle stagioni della natura, negli aromi della terra e del bosco respirati profondamente a pieni polmoni. Si interiorizza  e permette di percepire sempre più chiaramente i punti forti e i punti deboli della propria natura. Diventa infine sfida interiore nei confronti dei propri limiti e della propria capacità di sopportazione. Scoperta faticosa, solitaria, rivelatrice, di un io segreto e sconosciuto dapprima inseguito e infine raggiunto, il cuore in gola, in uno dei brani più belli di un racconto che non risparmia riflessioni e notizie sulla dura ma ripagante arte dell’allenamento e della sua fatica.
Maratona e racconto si concludono insieme, pacatamente. Oramai Alberto ha capito cos’è veramente quella corsa. È un fine, ma anche un mezzo per conoscersi e viversi meglio. “Concluderla (la maratona) è l’obiettivo, ma prepararla è una sfida… allenarsi per i 42 km comprende anche farlo quando non se ne ha voglia, quando fuori fa freddo o troppo caldo.”
La vera ultima parola del suo amarcord, Roberto la riserva però a chi ogni tanto è già comparso nei suoi ricordi con ruoli via via più impegnativi. Da quello di unica tipa tosta capace di accettare le sue condizioni di viaggio in India zaino in spalla, a quello di chi lo aspetta a casa con la “piccolissima Martina” nell’episodio del ladro. Ora, a corsa finita, è semplicemente l’altra metà del tutto.   “Manuela, mia moglie, non pratica la corsa ma nei momenti più duri della preparazione non si è mai tirata indietro, accompagnandomi con la sua bicicletta, pioggia o sole non ha importanza”. “Ripaga tutto all’arrivo incrociare il suo sguardo…Grazie Manu.” (Primo Carpi)

Manca pochissimo all’arrivo, la gente ai bordi della strada mi aiuta esortando a non mollare, l’enorme gonfiabile rosso con la scritta “Arrivo” è là in fondo al corso, nel centro di Milano; ha le braccia aperte pronte a lenire i miei dolori e fatiche accumulati durante i 42 chilometri della maratona che sto per concludere. Ma siamo all’epilogo della storia, facciamo, ed è proprio il caso di dirlo, qualche passo indietro. Il palazzo di inizio ‘900 dove abito non è certo da catalogare come dimora storica nel senso più nobile se non, appunto, per l’anno di costruzione; vi sono alloggiati moltissimi dipendenti delle Poste Italiane tra i quali i miei nonni: Paolo, detto Luccio, e Rosaria con mia mamma Chiara. Trapiantati a Milano dalla Puglia si sono adattati alla vita difficile del nord; sono qui dagli anni trenta, l’Italia è unita da molto tempo ormai, ma la gente mantiene il proprio dialetto, le proprie abitudini alimentari, i propri santi. Ed è in questo contesto che sono cresciuto, gente umile, carica di speranza, lontana dai propri parenti, lontana da usi e costumi mai dimenticati ed a volte difficili da mantenere. Mi sento fortunato per essere cresciuto in una famiglia in cui si sono mantenute certe tradizioni, dove i sapori della cucina pugliese si alternavano a quelli toscani, già perché mio padre Umberto, chiamato non si sa perché Alberto, è nativo della Versilia. Quando l’ha lasciata negli anni ’50 non era certo la zona turistica che conosciamo oggi: la vita era dura nei campi, e quando il mare sospinto dal Libeccio, entrava nei fossi e canali di irrigazione, invadeva i terreni bruciando con la sua acqua salata le coltivazioni. Anni difficili, famiglie numerose con i figli maggiori in guerra e quelli più giovani a casa ad arrabattarsi. E quell’acqua salata era odiata e benedetta: odiata quando distruggeva ma santa quando incanalata in apposite vasche, evaporava e lasciava il preziosissimo sale da vendere o barattare con altri prodotti.

Ma la maratona che cosa c’entra in tutto questo? A tutti coloro che non praticano questo sport va detto che è una prova abbastanza impegnativa ma che adeguatamente preparata è fattibile praticamente da tutti ovviamente i tempi di percorrenza dei mitici 42 km saranno condizionati da vari aspetti sia fisici che mentali nonché anagrafici; non basta essere fortissimi atleticamente se non accompagnati da una preparazione anche psicologica alla fatica, alla voglia di arrivare anche sfidando i propri limiti. Per fare tutto questo occorre dedizione, costanza, sacrificio e proprio durante le lunghe corse di allenamento ho avuto il tempo di riflettere, pensare, ricordare. Certo se si è accompagnati da amici con la stessa passione il tempo scorre tra una parola e l’altra, ma quando corri da solo e senti solo il rumore dei tuoi passi allora quelli sono i momenti in cui mi piace parlarmi, sì parlarmi. La nostra vita, sin dall’inizio, è regolata da ritmi imposti da altri: genitori, figli, colleghi, quando corri da solo, invece no, puoi regolare il tuo tempo ed in questo tempo pensare, riflettere, ricordare.

E mi ritrovo nel cortile della casa dei miei nonni a giocare con bambini come me, tutti con un accento diverso: siciliano, campano, veneto o pugliese, gli anni ’60 sono appena iniziati ed ancora non si sentiva parlare arabo, rumeno o cinese ma le differenze c’erano e mi sono servite per acquisire una mentalità aperta al dialogo con altre culture. L’ampia tromba delle scale funge da canna fumaria ai profumi che filtrano dagli usci di ingresso degli appartamenti, odori che ricordano la provenienza per la maggior parte meridionale delle famiglie fedelmente legate alle proprie tradizioni culinarie. Salsa fatta in casa, peperoni abbrustoliti sulla fiamma, pesce fritto….aromi che rimangono nella memoria ed anche dopo anni,correndo, capita di risvegliare questi ricordi olfattivi passando magari sotto una finestra socchiusa.

La preparazione, dicevamo: nella stagione autunnale la luce cala in fretta e correre nel parco pubblico è un’ulteriore prova di volontà. Il silenzio è rotto dai miei passi che calpestano le prime  foglie secche, gli  ippocastani cominciano ad aprire i loro ricci ed i frutti tondi e lucidi, belli quanto immangiabili, che giacciono sull’asfalto sono piccole insidie, radici capaci di spaccare il selciato possono fare perdere l’equilibrio; ecco allora che il cervello comanda ai passi più attenzione,  i sensi si allertano:  i rumori innocui sentiti durante il giorno sembrano potenziali minacce se uditi al buio, un merlo che razzola saltellando tra le foglie secche ritma perfettamente il passo umano costringendomi ad aumentare il passo o più semplicemente a guardarmi attorno con più attenzione. I caducifogli hanno creato un tappeto soffice che l’umidità macera, l’odore misto di muschio e muffa entra prepotente nelle mie narici bisognose d’aria.

E mentre appoggio a terra un piede dopo l’altro, la mente torna in quel cortile, due squadre di calcio improvvisate si sfidano, le porte sono rappresentate dai cancelli che delimitano lo spazio, i limiti laterali del campo di gioco sono le pareti dei palazzi che uno accanto all’altro formano una sorta di arena in cui noi, novelli gladiatori, ci sfideremo. I più fortunati hanno ai piedi scarpette da calcio, quelle con i tacchetti, gli altri calzano come me scarpe da ginnastica di marca sconosciuta. Il pallone, generosamente messo a disposizione da quello con i tacchetti, comincia a rotolare tra i piedi in poco tempo l’aria si fa spessa di polvere impastandosi al sudore, ma noi gladiatori non demordiamo, neppure spintoni e calci riescono a limitare la frenesia che ci ha preso. La furia agonistica ormai è padrona, un calcio alla palla dal basso verso l’alto la fa impennare, su, più su fino ad infrangere i vetri di una finestra. La grinta dimostrata durante la partita non è nulla a confronto della rapidità con la quale il cortile si svuota, le urla della signora Concetta, quella del primo piano, si perdono nella polvere.

Correre per le strade di Milano non è semplice, il giorno della maratona violenta le abitudini degli automobilisti, che seppur avvisati da spot radiofonici, cartelli segnalatori distribuiti in città e quant’altro quella domenica mattina si trovano comunque impreparati, quelle transenne che vietano l’accesso agli incroci sono muri insormontabili e per alcuni anche la presenza di agenti della polizia locale è motivo di protesta nei confronti di tutti quegli imbecilli che in scarpe da ginnastica, quella mattina, hanno pensato di correre in mezzo alla strada.  E mentre corro tra pochi applausi e molte urla di disappunto, rammento quando adolescente, in una noiosa domenica pomeriggio in compagnia di Cesare, che conosco sin da quando frequentavamo l’asilo, ci siamo soffermati a giocare con la fiamma di una lanterna appesa ad una transenna posta in corrispondenza di uno scavo per lavori di manutenzione. Non facevamo nulla di grave, bruciavamo piccoli pezzi di carta, tutto qua. All’improvviso un uomo, sicuramente l’addetto alla lanterna, imprecando come un ossesso corre verso di noi. Chissà quale atto di vandalismo pensava stessimo facendo. Scappare a quell’età è abbastanza frequente, non era certo la prima volta e quindi, sorpresi ma non spaventati filiamo via. La convinzione era quella che da lì a poco quell’energumeno si sarebbe stancato di fronte alla nostra prestazione atletica, ma questa certezza è andata via via sbiadendo; si correva ormai da diversi minuti ma quella sagoma si avvicinava inesorabilmente, il distacco era ormai colmato, io ero più avanti e sul lato opposto rispetto a Cesare che, ormai raggiunto dall’inseguitore, gesticola e indica me come responsabile di quell’iniziativa. In un attimo ho realizzato, non era vigliaccheria da parte dell’amico, era semplicemente istinto di sopravvivenza, dovevo togliermi dai guai, ma come? Correndo a più non posso, naturalmente, ma per quanto mi sforzassi il fiato ormai era corto e sentivo i passi dell’operaio infuriato per la fatica che gli stavo facendo fare, sempre più vicini.  In quegli anni era in uso indossare una sciarpa molto lunga capace di avvolgere il collo e di cadere abbondantemente sia sulla schiena che sul petto; ecco quella stupida sciarpa afferrata dalla mano callosa  ora mi stringeva il collo. Ultimo sforzo, giro su me stesso, la sciarpa si sfila e rimane in mano all’uomo, la morsa si allenta ed io scappo di nuovo; corro, corro e corro ancora non sento più i passi, non ho più la sciarpa ma sono salvo.

E quella salita quando l’hanno fatta? Maledizione, ho percorso questa strada centinaia di volte e non me ne sono mai accorto guidando l’auto, beh certo ora sto correndo e lo sto facendo da quasi 2 ore. La via lentamente ma inesorabilmente cambia profilo, si alza di quel tanto da farmi cambiar passo, il ritmo si abbassa, l’aria che entra nei polmoni non basta mai ed è in momenti come questi che cerco risorse nel carattere, nella determinazione. Al culmine della salita pregusto l’inerzia che mi aiuterà a riportarmi a quota zero ed a raggiungere il punto di ristoro con spugne intrise d’acqua e qualcosa da bere. Anche nel cortile polveroso giocavo e correvo senza risparmiarmi, alla finestra del piano terra c’era la signora Livia sempre pronta per un bicchiere d’acqua. Una bella donna, la ricordo già anziana con quei capelli grigi ordinatamente raccolti dietro la nuca. Abitava sulla mia stessa scala e quando uscivo di casa o vi rientravo la vedevo al davanzale: buongiorno sciùra Livia! , ciao Robertino! rispondeva. Per tutti i bambini del cortile era una figura importante, una presenza discreta pronta ad aiutarti. Ormai molti anni fa, passando a salutare i miei genitori che abitano ancora lì, vedo la finestra della signora dai capelli grigi con le tapparelle abbassate, i pochi bambini presenti in cortile non corrono come facevamo noi, sono seduti sul bordo dell’aiuola indaffarati con i loro telefonini, anche se fosse ancora tra di noi la signora Livia non avrebbe da offrire a nessuno un bicchiere d’acqua.

Come ho accennato mio padre è nativo della Toscana, non quella nobile dalla parlata riconosciuta da tutti, lui è della costa al confine con la Liguria, dove il territorio è conteso tra mare, sabbia e monti ed anche il dialetto risente di questo territorio complicato, una sorta di miscuglio. È qua che da bambino passavo le mie vacanze estive ed è qua che ho imparato l’importanza di correre veloce. Per un bambino come me abituato alla città sembrava di vivere mille avventure in compagnia di cugini e amici, una decina di elementi molto vivaci e praticamente tutti della stessa età capaci di trasformare oziose giornate estive in discutibili imprese. Passa il carretto ricolmo di cassette di frutta, noi seduti a terra un po’ annoiati. I nostri sguardi si incrociano, la decisione è già presa e non appena il carretto viene lasciato incustodito per una consegna, noi piombiamo come falchi, afferriamo quanto si può e via per i prati. Correre, correre questo è l’imperativo, la bravata è fatta, ci sentiamo al sicuro e fermi all’ombra di un pioppo addentiamo pesche e albicocche che come tutta la frutta rubata ha decisamente un altro sapore. Dal campo di granturco lì accanto, sbuca il proprietario del carretto, fuggi fuggi generale ma uno di noi rimane nelle sue grinfie; il falco della frutta si è tramutato in coniglio. Noi atterriti ma nascosti seguiamo la scena. Il coniglietto viene mollato con una pedata nel sedere, questa volta correre non serve.

Sono tante le immagini ed i ricordi che come un caleidoscopio mi scorrono nella mente mentre corro. Il rumore è di mille passi che di corsa mi attorniano, mi precedono, mi affiancano. Ragazzi come me, a quell’epoca meno che ventenni, quasi tutti vestiti alla stessa maniera, praticamente una divisa: eschimo verde militare rigorosamente non allacciato nonostante il freddo invernale, maglione e jeans. Ad alcuni la sciarpa copre il volto. Si corre intruppati urlando slogans oggigiorno fuori moda: solidarietà, giustizia sociale, diritto al lavoro, tutte cose ormai tramontate. Le strade di Milano, le stesse dove venti anni più tardi correrò la maratona, sono vissute come un palcoscenico per gridare al mondo la rabbia, non sempre però le cose prendono il verso giusto e quella corsa tutto sommato ordinata ma soprattutto pacifica si trasforma in una cavalcata di cosacchi dalla sciabola sguainata contro un nemico a volte della tua età ma con ideologie opposte, altre volte contro simboli battezzati come ostacoli al cambiamento, al miglioramento delle cose. Correre, correre a volte per raggiungere altre volte per scappare.

Tra coloro che corrono i cosiddetti “lunghi”, cioè corse di lunghezza superiore ai 15/20 km è comune sentir parlare di “lavori diversificati”; in sostanza, senza scendere nel tecnico, l’ideale è compiere sedute di allenamento variando lunghezze e ritmi. Ad esempio corse brevi ma più veloci, ripetizioni di scatti a ritmi decisamente elevati o variazioni di velocità durante una corsa di media lunghezza, tutto questo per abituarsi allo sforzo che si troverà in gara, il corpo risponderà ai momenti di crisi “ricordandosi” di averli già affrontati. Anche la pista è importante ma inanellare giri l’ho sempre trovato noioso e pesante dal punto di vista psicologico anche se estremamente utile nel caso si voglia avere riscontro preciso su tempo e percorrenza: la pista è misurata, il cronometro non mente, il risultato è inequivocabile. Ecco sono in corsia e comincio a fare il mio passo, oggi sarà una seduta impegnativa, devo controllare il mio ritmo gara sul quale baserò il tempo finale della maratona. I giri di pista si susseguono ed io, preciso come un cronografo svizzero, tengo il mio ritmo quando vedo entrare in pista un altro podista; è entrato proprio sul rettilineo opposto a quello che sto percorrendo; ha un passo decisamente svelto per aver appena iniziato, lo osservo da lontano e mi sembra che accelleri. Una vocina mi dice di fare il mio lavoro, di concentrarmi sul mio allenamento ma lo spirito agonistico più recondito comincia a stuzzicarmi; e se decidessi di raggiungere quel tipo che un po’ spavaldamente è entrato in pista? Senza rendermene conto il mio ritmo è già aumentato, il passo è più lungo ed ascolto le sensazioni: il cuore pompa l’energia che cerco, ginocchia a posto, il vecchio malanno al quadricipite sonnecchia, il fiato c’è e allora bando alle ciance, i giochi sono aperti. Lui accellera ancora e riguadagna il terreno che gli avevo eroso, allora è gara vera! La cadenza dei miei passi aumenta ed il risultato è evidente, la schiena del mio avversario è sempre più vicina, ma il tipo reagisce ed allunga; io non mollo, ormai è una questione personale, aumento ancora, sono quasi al massimo delle mie possibilità ma l’ho raggiunto, manca pochissimo anzi nulla, lo affianco cerco di mantenere un contegno controllando l’enorme sforzo fatto e lo guardo negli occhi, mi sembra di conoscerlo, ma certo……sono io!  No non sono pazzo e neppure ho fatto uso di sostanze stupefacenti ho semplicemente trovato lo stimolo giusto per superare un pochino i miei limiti.

La vita frenetica brucia i tempi, le stagioni e sono proprio le stagioni a mancarmi un po’ in città. Certo gli alberi allineati lungo il viale davanti a casa ingialliscono, perdono le foglie, poi tornano verdi e qualche cicala azzarda una sosta, ma correre in campagna o comunque in mezzo al verde dà la possibilità di gustare passo passo l’avvicendarsi dei mesi ed ogni stagione ha pregi e difetti coi quali si impara a convivere e a correre; non è come girare in auto, l’umidità autunnale delle giornate che si accorciano, il respiro ghiacciato entra nei polmoni durante l’inverno, il primo sole e le piogge primaverili, poi arriva l’estate con l’aria afosa e proprio correndo in una giornata caldissima ripenso ad una vacanza trascorsa in India una quarantina di anni fa. Il paese è magnifico ma non facile se vissuto senza l’appoggio di agenzie o tour operator, siamo partiti in quattro, due coppie affiatate con lo zaino in spalla. Io e Pinuccio, amico da sempre e le due donzelle che molti anni dopo, nonostante tutto, diventeranno le nostre consorti: Manuela e Rossella, due tipe toste, le uniche che conoscevamo capaci di accettare un viaggio in quelle condizioni. Quel giorno camminando verso una moschea vediamo al bordo della strada dei campi allagati dal monsone ed in una grande pozza di acqua fangosa si crogiolano dei bufali neri. Sono completamente immersi, emergono soltanto le grandi corna e le enormi ed umide narici. Mi soffermo per scattare una foto, ma sì se un po’ più da vicino verrà un capolavoro, ancora un po’ ma ecco che le bestie forse sentitesi minacciate scattano sulle zampe all’unisono, sfiatando e lanciando un verso sordo che mi fa vibrare le budelle come davanti ad una cassa acustica dei bassi. In quel momento è meglio mettere a frutto le doti da velocista e non da maratoneta, i bufali fortunatamente accennano solo la corsa e si fermano poco dopo, pericolo scampato. Arriviamo al tempio, e davanti all’ingresso, nel rispetto delle loro regole, i fedeli hanno lasciato le scarpe ritenute impure e non degne di essere portate all’interno di quelle mura. Siamo perplessi, vogliamo entrare ma lasciare le nostre uniche scarpe lì senza custodia ci sembra più azzardato che infilarle in una borsa portandole con noi. Siamo nella moschea, la gente è tantissima e noi probabilmente gli unici occidentali. Ci scrutano, qualcuno con diffidenza altri amichevolmente ma quando, non ricordo come, scoprono che con noi abbiamo la scarpe gli atteggiamenti cambiano, si fanno minacciosi, le donne lanciano quel tipico urlo acuto e gli uomini gridano frasi incomprensibili. Qualcuno muove verso di noi, comincia ad allungare il passo; che fare? Spieghiamo alla moltitudine inferocita che non volevamo offendere nessuno?  Macchè……correre, correre, correre fuori da lì il più in fretta possibile.

Correre è un’azione a volte preparata, pianificata a volte necessaria per toglierti d’impiccio, altre volte può essere un gioco od una necessità dettata dall’istinto.  Ho una trentina d’anni, frequento assiduamente una palestra in cui tonifico i muscoli sollevando pesi, sono in forma e mi sento bene. L’allenamento è finito, doccia veloce e a casa dove mi aspetta Manuela e la piccolissima Martina. Esco sulla strada trafficata e sento urla di donna, ne individuo la provenienza: una signora è seduta per terra a gambe divaricate, gli occhiali da vista sono storti sul viso, il suo braccio è infilato nei manici della borsetta che un uomo, in piedi davanti a lei, sta cercando di strapparle. Diverse persone passano lì vicino ma nessuno interviene, ma come si fa! Io mollo tutto ciò che ho in mano: borsa, casco e istintivamente corro verso la donna, l’assalitore lascia la presa e fugge a mani vuote; ecco qui riconosco un errore che adesso non rifarei più, lo inseguo a lungo ugualmente; lo raggiungo, lo afferro per una spalla, lui si gira ed infila una mano in tasca guardandomi fisso negli occhi, realizzo che sono andato oltre e che sto rischiando guai grossi, lo lascio andare e lui si dilegua.

Correre, correre per sentirsi bene, gratificato dalla consapevolezza che lo sforzo dà risultati, che la fatica non è sempre solo penare, che un paio di scarpette adatte danno la possibilità di vivere momenti importanti sia da condividere che da metabolizzare intimamente. Arrivare in vista del rettilineo finale di una maratona è un mosaico  di frammenti di vita. Il brivido alla partenza, l’incertezza del risultato, la condivisione dello sforzo con gli altri partecipanti;  sì ognuno ha il proprio ritmo, il proprio passo ma il sacrificio è uguale per tutti, il sudore scende lungo i volti, percorre le schiene.

L’uomo è nato con il destino di imporsi sulla terra usando più l’intelligenza che l’istinto o  caratteristiche fisiche che hanno invece gli animali. La vista è acuta ma non paragonabile a quella di molti animali, così come l’udito o l’olfatto. Il correre fa parte della vita,  da sempre è stato necessario: per scappare da nemici, per rincorrere animali, per giocare, per prendere un treno o semplicemente per il gusto di farlo. Correre tre o quattro ore senza fermarsi è una cosa che può lasciare il segno, è così che dopo mesi di preparazione si può incappare in un infortunio che ti obbliga ad annullare la gara prevista, la natura ti rimette al tuo posto, ti ricorda i limiti da non superare.

La maratona quindi: concluderla è l’obiettivo, ma prepararla è una sfida. Correre deve essere un piacere ma allenarsi per i 42 km comprende anche farlo quando non se ne ha voglia, quando fuori  fa freddo o troppo caldo. Ed anche correre da soli è una cosa che si impara col tempo; una persona al fianco certo ti aiuta almeno moralmente, basta uno sguardo, una parola e quando a farlo è la persona che ti accompagna anche nella vita lo sforzo è ripagato. Manuela, mia moglie, non pratica la corsa ma nei momenti più duri della preparazione non si è mai tirata indietro accompagnandomi con la sua bicicletta, pioggia o sole non ha importanza. Mi conosce da sempre, sa quando tacere o incoraggiarmi, è capace di sopportare i miei sfoghi come se fosse colpa sua un mio calo di ritmo o l’eccessiva fatica di quel momento. All’arrivo incrociare il suo sguardo umido d’emozione ripaga in gran parte lo sforzo compiuto. Grazie Manu.

CondividiShare on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn