GIORNALE DI NIGUARDA - CA' GRANDA - BICOCCA - PRATOCENTENARO - ISOLA

We Love Ringhio

We Love Ringhio

Fosse per la persona, i milanisti vorrebbero che restasse sulla panchina rossonera per sempre. Perché Gattuso incarna le storiche doti dei casciavit: umiltà, generosità, passione. Lavoro, lavoro e ancora lavoro, è il suo credo. Come quello del Mitico Nereo Rocco, al quale – facendo brillare di gioia gli occhi dei tifosi meno giovani del Diavolo – Gennaro si è recentemente detto orgoglioso di essere paragonato per la sua attenzione alla fase difensiva. Anche lui, come il Paròn, è poi uno che tiene tantissimo allo spogliatoio, ai rapporti con i suoi giocatori. Ed è uno che “non se la tira”. Non appartiene, cioè, a quella categoria di allenatori che si credono filosofi o che amano creare polemiche con l’esterno per compattare l’interno, come talvolta è accaduto sull’altra sponda del Naviglio. Lui non ambisce a diventare un “personaggio da conferenza stampa”, ma non per questo rinuncia a dire quello che pensa. Come quando, a una domanda sulle critiche che gli ha rivolto Salvini, risponde che con tutti i problemi dell’Italia, gli sembra incredibile che il vice premier trovi il tempo di pensare a quelli dei rossoneri. Diretto come un Freccia Rossa, proprio come al termine della finale di Supercoppa Italiana, a gennaio, quando fila dall’arbitro Banti che con le sue decisioni palesemente sbagliate ha deciso la gara a favore della Juventus e gliene “spara” quattro, beccandosi una squalifica ma togliendosi la soddisfazione di dire quello che avrebbe detto qualsiasi milanista (e sportivo neutrale). Al che, è impossibile non amarlo. Perché Ringhio è uno di noi. E quando lo vedi durante la partita che si agita nell’area tecnica senza mai stare fermo un momento, capisci che è vero quando sostiene di essere invecchiato di dieci anni da quando allena il Milan. E ti ricordi che da calciatore faceva lo stesso. Non era mai domo, Gennaro, correva e rubava palloni, picchiava e veniva picchiato, si rialzava e riprendeva a correre e a rubar palloni fino al 90’. Su di lui potevi sempre contare, perché è uno che ha dei valori, il Rino, e di questi tempi è un bene raro. Valori che dal mondo del football trasmette anche nel sociale attraverso l’Onlus “Forza Ragazzi”, la scuola calcio che ha creato nel suo paese, a Corigliano Calabro, in cui nessun allievo paga un euro ma in compenso deve rispettare delle ben precise regole di comportamento, perché lo sport insegna la vita. Come calciatore, Gattuso esordisce nella massima serie nel dicembre 1996 con la maglia del Perugia, salvo poi trasferirsi l’anno successivo in Scozia, nei Rangers, dove si merita subito il soprannome di Braveheart. Problemi con il nuovo allenatore Advocaat, che lo vede come difensore, lo portano alla Salernitana nel 1998-99 e quindi nel Milan “scudettato” di Zaccheroni. Corre la stagione 1999- 2000, e Gattuso rimarrà in rossonero fino al 2012 aggiudicandosi due Champions League, un campionato del mondo per club e un paio di scudetti, solo per citare i titoli più importanti. Alla fine, collezionerà la bellezza di 468 partite ufficiali (7° nella graduatoria milanista di tutti i tempi), con 11 gol realizzati: indimenticabile, a riguardo, quello che segna nel 2011 a Torino contro la Juve, decisivo per l’ultimo scudetto rossonero, con un tiro dal limite dell’area. Tredici anni vissuti a pieno, in cui lui dà tutto e riceve tutto dai tifosi, che lo idolatrano. Come dimenticare il suo sorriso mentre indica, con Sebastiano Rossi, il tabellone con impresso il 6-0 all’Inter, felice come un casciavit qualunque. E quella volta con il Catania in cui, con una lesione al legamento crociato, resta in campo per tutta la partita? Sì, lui è un leone, uno che sei felice di avere dalla tua parte e non contro. Un duro assolutamente leale, che in tutta la carriera perde la testa solo una volta, negli ottavi della Champions League 2010-11, quando aggredisce l’ex giocatore del Milan Joe Jordan, lo “squalo”, che siede come secondo sulla panchina del Tottenham. Un unico, brutto gesto che può anche accadere a un campione del mondo, perché il 9 luglio 2006, a Berlino contro la Francia, lui c’era. Terminata la lunga vita al Milan, Gattuso si trasferisce al Sion dove diventa capitano honoris causa e comincia casualmente la sua esistenza da allenatore nel 2013. Non è un’esperienza fortunata, come quella che, la stagione seguente, vive al Palermo, da cui viene esonerato alla sesta di campionato. Allora, a inizio stagione 2014-15, Gattuso va a cercare fortuna nella serie A greca, all’Ofi Creta, ma anche lì non va meglio e a dicembre rassegna le dimissioni. Tre insuccessi di fila avrebbero ucciso chiunque. Ma non lui, che nel 2015- 16 viene assunto dal Pisa con cui si aggiudica il campionato di Lega Pro, salendo in serie B. Finalmente le cose sembrano girare per il verso giusto, ma la società ha grossi problemi finanziari che lui denuncia pubblicamente l’anno dopo. Ciononostante, resta alla squadra toscana, assolutamente conscio che affonderà con la nave. Ma lui è il capitano, non può abbandonarla, e la dignità con cui affronta la situazione è da tramandare ai posteri. È la quarta delusione in cinque anni, ma all’improvviso ecco la svolta: il Milan lo chiama per guidare la Primavera, dopo qualche mese Montella viene esonerato e lui diventa il tecnico della prima squadra. Con cui ci auguriamo riesca a vincere quello che merita, così da poterlo festeggiare al “Gattuso Day” che il 25 giugno la comunità calabrese ha istituito a Oshawa, in Canada, orgogliosi di averlo come conterraneo. Come noi di vederlo sulla panchina rossonera.

CondividiShare on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn