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Lo Schindler del calcio e altre storie di sport e coraggio

Lo Schindler del calcio e altre storie di sport e coraggio

Il calcio fa parte della società, convive ed è influenzato dal periodo storico in cui si trova a esistere. Di conseguenza, non c’è da stupirsi se attraverso il football si possa parlare anche di Shoah, dei soprusi e degli assassinii – collettivi ed individuali – perpetrati dal nazifascismo. Proprio questo taglio “storico” è stato da tempo abbracciato dalla parte più illuminata della letteratura sportiva, spesso considerata – così come il giornalismo sportivo – “figlia di un dio minore”. E se già alcuni decenni fa Gianni Brera aveva dimostrato come si potesse utilizzare un linguaggio di spessore e fare cultura anche parlando di sport, negli ultimi decenni scrittori e giornalisti hanno seguito questa strada parallela usando il calcio per raccontare la Grande Storia. Questo è stato il senso dell’incontro a cui “Zona Nove” ha assistito sabato 25 gennaio alla Biblioteca “L. Penati” di Cernusco sul Naviglio, dove si è tenuta una partecipatissima conferenza intitolata “Lo Schindler del calcio e altre storie di sport e coraggio”. L’iniziativa è stata fortemente voluta dall’assessore alla Cultura della cittadina, Maria Angela Mariani, che così ha motivato la scelta: “Abbiamo pensato di trovare un modo per coniugare anche attraverso incontri culturali e di memoria, lo spirito di Cernusco2020 – Città Europea dello Sport. L’esempio della storia di Géza Kertész (vedi foto), sportivo ungherese calciatore, allenatore, uomo di cultura e cittadino responsabile dell’onore della propria nazione che salvò decine di ebrei, è una delle tante di sportivi che nei momenti più bui della nostra storia sono riusciti a trasferire i valori tipicamente sportivi della lealtà, del rispetto e del sostegno reciproco in azioni di impegno sociale e umano. Ricordarlo è un modo per continuare ad alimentare proprio questo spirito”. La prima parte della manifestazione è stata per l’appunto dedicata al libro che Claudio Colombo ha scritto su Kertész, intitolato “Niente è stato vano” (Meravigli). Giunto in Italia a metà degli anni ’20 insieme a molti altri giocatori ungheresi, Kertész si rivelò subito un buon allenatore vincendo alcuni campionati nelle serie minori e ottenendo la promozione in serie B con il Catania e il Taranto. Nel 1939/40 esordì in serie A guidando la Lazio (nelle cui file giocava Silvio Piola) portandola a un ottimo 4° posto. Esonerato la stagione successiva, ripiombò per un paio di anni in serie C salvo poi rientrare nella capitale per allenare la Roma che aveva vinto lo scudetto l’anno prima. Chiuso il campionato 1942/43 con un deludente 9° posto, Kertész decise di fare ritorno in Ungheria non per il risultato raggiunto ma perché l’aria nel nostro Paese era ormai irrespirabile. La guerra non era stata “lampo” come previsto, al contrario aveva preso una brutta piega e i bombardamenti inglesi avevano distrutto San Lorenzo e altri quartieri di Roma. Lui, poi, non aveva preso la tessera fascista e niente lo legava all’Italia. Rientrato a Budapest, però, Kertész si trovò di fronte all’intollerabile violenza che i tedeschi usavano contro le minoranze e gli ebrei. Lui era una persona tranquilla con tanto di moglie e due figli, non aveva alcuna fede politica, ma non riuscì a restare indifferente. E così, insieme ad un suo ex compagno di squadra, István Toth, e ad altre persone comuni decise di creare un’organizzazione che si opponesse a quella vergogna, ritrovandosi addirittura a indossare una divisa da ufficiale tedesco per aiutare le persone che sapeva in difficoltà. Ne salvò molte, finché qualcuno non denunciò che nascondeva in casa degli ebrei. A quel punto, per Kertész, non ci fu scampo: arrestato dalla Gestapo, venne fucilato il 6 febbraio 1945 nell’atrio del Palazzo Reale di Budapest. Poco dopo, l’Ungheria sarebbe stata liberata. Nella seconda parte dell’incontro il giornalista e scrittore Davide Grassi ha narrato altre storie tratte in parte dal suo testo “L’attimo vincente” (Edizioni della Sera). A quella di Kertész si sono così affiancate le vicende ormai conosciute di Matthias Sindelar e di Arpad Weisz, (riportate anche da Nello Governato in “La partita dell’addio. Matthias Sindelar, il campione che non si piegò a Hitler” e da Matteo Marani in “Dallo scudetto ad Auschwitz: vita e morte di Arpad Weisz allenatore ebreo”). Oppure, il coraggio di Gino Bartali che portava dei documenti falsi nella canna della bicicletta da consegnare a chi ne aveva bisogno, e il triste destino di Johann Trollmann (raccontato da Dario Fo in “Razza di zingaro”) e di molti pugili costretti a combattere fino alla morte nei lager per il divertimento degli ufficiali tedeschi. Senza dimenticare, poi, la storia della società che la scorsa stagione ha eliminato la Juventus dalla Champions, quell’Ajax, la squadra del ghetto, come l’ha definita Simon Kuper nel suo libro, in quanto inizialmente formata da moltissime persone di religione ebraica, i cui atleti vengono ricordati anche dallo storico Sergio Giuntini in “Sport e Shoah”, un altro volume facilmente reperibile per chi vuole addentrarsi in una letteratura dal grande fascino.

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