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50 anni fa, i mondiali del Messico

50 anni fa, i mondiali del Messico

Sembra ieri. A una certa età tutto sembra accaduto ieri. Chi ce l’ha, una certa età, questo già lo sa. Gli altri, lo capiranno a tempo debito… Perciò, cari lettori di “Zona Nove”, non stupitevi se a (uno di) noi la Coppa Rimet del 1970 sembra davvero che sia stata giocata da poco. Perché le emozioni, e quindi i ricordi, sono lì, indelebili, fissi. Nonostante siano trascorsi cinquant’anni. Mezzo secolo fa, il 3 giugno, contro la Svezia, iniziava l’avventura mondiale di una squadra che non era tra le favorite e che si presentava all’appuntamento profondamente divisa da clan e polemiche. Il milanista Lodetti, ad esempio, a raduno già iniziato, venne escluso a causa dell’infortunio del centravanti Anastasi, sostituito non da uno ma da ben due altri attaccanti (Boninsegna e Pierino Prati la peste, tra l’altro con la caviglia in disordine). Una decisione vergognosa dal punto di vista umano e discutibile da quello calcistico, che molti interpretarono come un dispetto nei confronti del capitano del Milan, Gianni Rivera, osteggiato dal presidente della Commissione tecnica Walter Mandelli, dall’influentissimo giornalista Gianni Brera e dagli interisti della Nazionale. Gli animi erano tutt’altro che tranquilli, insomma, e il povero Ferruccio Valcareggi aveva il suo bel daffare a tenere unita un’Italia che due anni prima aveva portato alla vittoria in quello che è tuttora l’unico titolo europeo della sua storia. Quel 3 giugno 1970 la Nazionale si impose per 1-0 sulla Svezia con un tiraccio di Domenghini che il portiere svedese Hellström lasciò incredibilmente entrare in porta. Tre giorni dopo affrontammo uno dei padri del calcio, l’Uruguay. E fu combine, come sostenuto da Brera in “I miei mondiali”. In tutta la partita, tra le due favorite del girone, vi fu infatti un solo vero tiro in porta, del solito Domenghini, che dopo aver rischiato di segnare – a scanso di equivoci – venne sostituito con il mediano Furino… L’ultimo incontro delle eliminatorie, l’11 giugno, ci vide opposti a Israele, ma neppure stavolta avvenne quell’esplosione di Gigi Riva che tutti si aspettavano, dopo che Rombo di tuono (come lo aveva soprannominato Brera) aveva condotto il Cagliari allo Scudetto a suon di gol. Nonostante la modestia dell’avversario fu un altro scialbissimo 0-0, e a testimonianza del clima che si respirava, lo stesso Riva mandò platealmente al diavolo Domenghini per un cross sbagliato e negli spogliatoi si sfiorò la rissa. Comunque sia, con un gol segnato in tre partite (e nessuno subito), eravamo nei quarti di finale. E visto che non si giocava più alle 14 ma alle 12 ora locale (una follia!), ora di cena da noi, coloro che erano bambini ai tempi ricordano sicuramente Italia-Messico, la “partita della staffetta”. Alla fine del primo tempo, sull’1-1, Valcareggi fece entrare Rivera al posto di Mazzola e grazie a lui Riva si sbloccò con una doppietta e lo stesso golden boy realizzò un gol nel 4-1 finale. L’esperimento (già provato con Israele ma con Domenghini come sostituito) era riuscito, e dopo l’intervallo della semifinale con la Germania l’allenatore dell’Italia lo ripropose. Era il 17 giugno, su questo 4-3 sono stati versati fiumi d’inchiostro. Noi ci limitiamo a ricordare che la partita meritò una targa allo stadio Atzeca di Città del Messico. E che quella sfida ribadì la storia (o il luogo comune?) che è proprio nei momenti difficili che gli italiani emergono: l’1-1 del tedesco-milanista Schnellinger in pieno recupero e l’1-2 a inizio supplementari provocato da un pasticcio del neo-entrato Poletti (autore di una partita orribile) avrebbero distrutto chiunque, ma non noi… In piena notte, alla fine di quell’incredibile vittoria, tutta Italia si riversò per le strade felice e stremata a festeggiare un’unità nazionale che sei mesi prima si era invece drammaticamente celebrata per la strage di Piazza Fontana. La finale contro il Brasile di Pelè si disputò il giorno del solstizio d’estate di nuovo alle 12, e grazie a quest’orario mi rivedo in balcone, sulla sedia a sdraio – faceva un caldo terribile – a guardare la partita sulla tv in bianco in nero in attesa di mio padre che arrivò alla fine del primo tempo, sull’1-1. In quel momento, visto che aveva sempre funzionato, tutto il Bel Paese si aspettava la staffetta Mazzola- Rivera, sia per scaramanzia sia per logica; la squadra era stanca, il contropiede era l’unica possibilità di vincere, e chi meglio di Rivera era in grado di innescarlo? Invece no. Secondo Brera il clan avverso al milanista alla vigilia si fece sentire con Valcareggi, che non ebbe il coraggio di andargli contro. E così il Gianni fu schierato solo all’84°, sull’1-3 per il Brasile, diventando il santo di tutti gli italiani che accolsero la Nazionale all’aeroporto a colpi di cartelli polemici e pomodori, costringendola addirittura a ritirarsi in un hangar per evitare guai peggiori. Così, un secondo posto assolutamente imprevisto e bellissimo divenne motivo di rabbia popolare, un’onta. Un po’ come Fiume: vinci una guerra mondiale dopo uno sterminio senza precedenti, ottieni quello che volevi e pure quell’Alto Adige in cui nessuno parla la tua lingua, e invece di consolidare una precaria identità nazionale, a causa di una piccola cittadina che non ti è concessa, la gloria si trasforma in disfatta… Eroi e masochisti, questi italiani…

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