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Addio a Pierino la peste, l’eroe di Madrid

Addio a Pierino la peste, l’eroe di Madrid

Avrebbe meritato il lungo, affettuoso saluto dei tifosi milanisti in un San Siro tutto in piedi, Pierino Prati. Perché lui è stato veramente uno degli eroi (giovani e belli) di un Milan epocale. E dopo Cudicini, Anquilletti e Schnellinger, Rosato, Malatrasi, Trapattoni, Hamrin, Lodetti, Sormani e Rivera c’era lui, in quella stagione 1967-68 in cui iniziò il secondo ciclo di Nereo Rocco. Tutti lo amarono subito, ma in pochi sapevano che gli esordi di Prati nel calcio erano stati tutt’altro che facili. Quando si era presentato al provino con il Milan aveva 13 anni ed era basso e magro. Tuttavia, la potenza del suo tiro aveva convinto Liedholm a farlo entrare nelle giovanili rossonere dove già giocavano gli amici Santin e Maldera che avrebbe poi ritrovato in prima squadra. Per rincorrere il suo sogno calcistico, Pierino fu costretto a lasciare la scuola e la sua Cinisello (allora campagna), mentre la famiglia di estrazione operaia faceva grandi sacrifici per mantenerlo in una Milano che inizialmente non amava. Fu davvero un periodo difficile e solo a diciotto anni, nel 1964, arrivò il primo stipendio. Inoltre, posto per lui nel Milan non ce n’era: nel 1965 fu spedito a Salerno e l’anno seguente, dopo l’esordio in maglia rossonera con il Venezia, si ritrovò su un treno per Savona. Lo stesso Nereo Rocco, che amava i giocatori d’esperienza, nell’estate del 1967 aveva qualche dubbio su quel ragazzino di ventuno anni che aveva davanti a sé, come ali, Hamrin, Mora e Golin. Era il fanalino di coda, e di fatti Prati giocò la prima partita solo alla 7° giornata (con gol), come ala destra. Poi un’altra gara in panchina e finalmente l’esplosione alla 9°: due reti al Lanerossi Vicenza e il posto da titolare fisso fino all’ultimo turno senza mai saltare una partita. Alla fine il Milan si aggiudicò lo scudetto e lui la classifica dei cannonieri con 15 gol, meritandosi pure la convocazione per gli unici Europei conquistati dall’Italia, in cui giocò la semifinale con l’Urss (decisa dalla monetina) e la prima finale con la Jugoslavia terminata sull’1-1. Da brutto anatroccolo a bel ragazzo alto e con le basette, idolo delle ragazzine; da Signor Nessun a campione il passo fu breve, forse inaspettato ma meritatissimo per quel giovane Pierino che correva, tirava, saltava e combatteva come un forsennato tanto da meritarsi l’appellativo di “la peste”. Rivera alzava la testa, gli metteva la palla davanti e lui la buttava in rete con la facilità che solo un grande attaccante poteva vantare. Questa coppia funzionò per sei stagioni, dal 1967-68 al 1972-73, in cui Prati collezionò 209 presenze in rossonero segnando la bellezza di 102 gol. Indimenticabili, a proposito, i tre rifilati all’Ajax nella finale della Coppa Campioni 1969 giocata a Madrid. Un trofeo a cui bisogna aggiungere l’Intercontinentale con l’Estudiantes (1969), che nella gara di ritorno a Buenos Aires lo vide uscire in barella con un trauma cranico e due costole rotte. E poi due Coppe delle Coppe (1968-1973) e due Coppe Italia (1972, 1973). Mentre gli scudetti sono rimasti solo uno, anche per le decisioni arbitrali avverse al Milan (di Concetto Lo Bello in primis) che lo privarono dei titoli 1971-72 e 1972-73 a favore della Juventus. Proprio dopo quella stagione Prati venne considerato finito dal presidente Buticchi che, sordo alle proteste di Rocco e di tutti i tifosi milanisti lo cedette alla Roma. Dove, invece, Prati giocò altre quattro stagioni a buon livello meritando pure di vestire per l’ultima volta, la 14°, la maglia della Nazionale, nella quale ha segnato 7 gol, partecipando pure – ma senza giocare – alla Coppa del Mondo del 1970 in Messico. Dopo il passaggio alla Fiorentina e un’esperienza negli Usa, Prati ha chiuso la carriera al Savona, salvo poi allenare per qualche anno nelle serie minori e fare da osservatore per il Milan. La squadra a cui ha legato la sua vita calcistica e che non lo dimenticherà mai.

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