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Roberto Fumagalli: “Da 74 intubati per Covid di marzo-aprile ai 2 ricoverati di fine giugno”

Roberto Fumagalli: “Da 74 intubati per Covid di marzo-aprile ai 2 ricoverati di fine giugno”

Il Corriere della Sera ha pubblicato una significativa intervista al professor Roberto Fumagalli, direttore del Dipartimento di Anestesia e Rianimazione del Niguarda e professore all’Università Bicocca (vedi foto). Come giornale di Niguarda ci permettiamo di pubblicare ampi stralci sulla sua esperienza nella lotta al Coronavirus. “Nel momento peggiore – spiega il professore – abbiamo avuto 74 intubati.Oggi sono rimasti due pazienti. Erano gravissimi: il ricovero è durato mesi. Hanno 46 e 70 anni. Il più giovane è entrato in ospedale 87 giorni fa e solo da 72 ore respira autonomamente. Prima era attaccato all’Ecmo, una macchina per la circolazione extracorporea usata nell’insufficienza cardiaca o respiratoria. Ogni giorno migliora un po’ e non rischia più la morte”.

Cosa è successo nei mesi scorsi?

A marzo-aprile arrivavano ogni giorno 4-5 persone con insufficienza respiratoria acuta da Covid potenzialmente letale. Nel momento peggiore abbiamo avuto 74 pazienti intubati. Dai 35 posti che avevamo in Rianimazione siamo passati a 100, convertendo ogni spazio possibile (anche le sale operatorie). Avevano tutti una grave insufficienza respiratoria con un danno di tutti gli organi vitali, come reni e cuore. La mortalità è stata del 35%.

Come li avete curati?

Con idrossiclorochina e diversi antivirali, tra cui il remdesivir. In molti casi è stato fondamentale il cortisone. E poi l’enoxaparina, un anticoagulante, su cui Niguarda ha avviato un trial clinico: l’abbiamo usata fin dall’inizio, ben prima che diventasse una terapia standard per Covid. Ci siamo resi conto, grazie a un valore alterato del sangue, che in molti malati l’infezione era associata a embolia polmonare e che esisteva un rischio di trombosi venosa profonda.

Due pazienti gravi su tre li avete salvati: come ha vissuto questi mesi?

Mi viene in mente solo una parola: fatica. La colgo ancora oggi negli occhi dei miei colleghi, medici e infermieri, insieme alla paura. Abbiamo visto persone morire sole, anche se facevamo il possibile per trasmettere i loro messaggi ai parenti e viceversa. L’epidemia ci è costata tanto umanamente. Abbiamo temuto di ammalarci, contagiare le famiglie, non poter riabbracciare i nipoti. Ma non c’è solo amarezza: ricorderò sempre la gioia quasi incredula dei guariti, la riconoscenza nei nostri confronti”.

Qual è la cosa di cui è più soddisfatto?

Il lavoro di squadra: ognuno in ospedale ha fatto la sua parte. In una Terapia intensiva non bastano i posti letto e i ventilatori. Servono bravi medici, infermieri, ausiliari. È l’insieme di questi e altri fattori che può salvare la vita ai pazienti.

Come vede il futuro?

Penso che dobbiamo essere positivi, ma anche continuare a usare le mascherine, evitare assembramenti, lavare le mani. Coronavirus ci ha ingannato più volte. Però non siamo stati sopraffatti.

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