L’amicizia secondo Don Jacques della Fraternità San Carlo di Niguarda

In tempo di coronavirus ricevo il racconto/ incontro con la Reverenda Suor Maristella dell’Annunciazione (vedi foto a destra), Madre priora del Monastero San Benedetto di Milano, via F. Bellotti, che qui riporto con gioia:

“Quando alcuni amici della parrocchia mi proposero di invitare in monastero Don Jacques du Plouy (vedi foto a sinistra), missionario della Fraternità sacerdotale di San Carlo, non so dire perché ho subito accettato: non lo conoscevo per niente, ma vedevo brillare gli occhi di chi me ne parlava e mi sono fidata di loro, intuendo che doveva trattarsi di un tipo in gamba. Il titolo scelto per la sua testimonianza era molto insolito: “Missionari a Milano”. Siamo abituati a pensare alla missione come a qualcosa che ci spinge in terre lontane, non a tiro di schioppo da casa nostra. Che cosa mai avrebbe potuto raccontarci questo personaggio dal nome evidentemente straniero? La curiosità non mancava e si acuì quando mi trovai davanti, in un salone affollato, un gigante dagli occhi azzurri con uno sguardo intenso, carico di bontà e di simpatia. Feci uno sforzo per dargli del lei: mi sarebbe venuto più spontaneo dargli subito del tu, ma io ero la priora del monastero, lui il missionario che doveva tenere una conferenza, e io dovevo rispettare un minimo di “galateo”… I convenevoli caddero ben presto a causa di un disguido tecnico: l’impianto elettrico del salone ogni 5 minuti saltava e si rimaneva al buio. Io ero seduta accanto a lui, al tavolo del relatore e alla fine della conferenza mi scusai con tutti gli ascoltatori (numerosissimi) per il guasto e Don Jacques intervenne con bonomia dicendo: “Da ragazzo ero un dee-jay: mi ha fatto molto piacere questa luce che andava e veniva, mi ha ricordato il mio passato, le luci psichedeliche… Comunque sia, sono rimasto un dee-jay, perché le iniziali di Don Jacques in inglese si leggono appunto come dj… sono un dee-jay for ever!” Impossibile a questo punto continuare a dargli del lei! Ma l’empatia era scattata da quello che avevo ascoltato durante i suoi racconti, sul suo modo di vivere la missione in un quartiere periferico della mia città. C’erano alcune cose che ci accomunavano tantissimo al di là dell’evidente differenza di vocazione. La prima era l’importanza data alla fraternità, alla vita comune. Don Jacques aveva spiegato in modo molto vivace come la sua missione nascesse dalla condivisione della vita con i suoi confratelli missionari. Un particolare rimase impresso nella mia memoria: quello della colazione fatta insieme, tenendo il cellulare spento, per godersi l’uno la presenza dell’altro senza distrazioni, esattamente come quando si è in chiesa e non si accende il telefono per rispetto del Signore a cui si dedica tutto il cuore! Queste sono cose ovvie per chi vive in un monastero di clausura, molto meno per chi è immerso nel vortice della pastorale ed ha centinaia di persone che premono con richieste di ogni genere, soprattutto sul parroco, e Don Jacques è anche parroco, oltre che missionario! Un altro aspetto della nostra vita monastica molto valorizzato da Don Jacques durante la sua conferenza fu quello della preghiera di intercessione delle claustrali per i missionari. Noi infatti ne conosciamo diversi e li seguiamo con la preghiera, ricevendo spesso loro notizie mentre sono lontani. Quando tornano in Italia, non mancano di venire a trovarci per raccontarci come vanno le cose nelle terre in cui stanno portando il vangelo accompagnati dalla nostra preghiera. La cosa più curiosa fu che Don Jacques raccontò di essere originario della Normandia, la regione francese in cui nacque e visse Santa Teresa di Lisieux, monaca di clausura e patrona dei missionari. Lui stesso disse di essersi recato più volte al monastero di Santa Teresina per chiedere l’intercessione delle monache per sé e per la sua missione, dimostrando di darle una notevole importanza. Dalla Francia tuttavia provenivano anche le fondatrici del nostro monastero, che arrivarono alla periferia di Milano nel lontano 1892, quando Santa Teresina era ancora viva, dando una forte impronta francese al nostro monastero ed alle prime generazioni della nostra comunità! Scoprire questi curiosi legami tra la nostra vocazione e la sua mi ha fatto capire in modo molto chiaro come tutte le vocazioni sono intrecciate tra loro: l’una sostiene l’altra con fili invisibili, ma forti, reali, indistruttibili, perché annodati dallo Spirito Santo! Durante il periodo buio del lockdown l’amicizia con Don Jacques si è rafforzata. Mi ha scritto una mail di auguri per il mio compleanno e poi mi ha chiesto di scrivere una lettera ai parrocchiani poco prima di Pasqua, pubblicata sul giornalino parrocchiale il Sancarlino, per fare sentire la comunione tra chi vive in clausura per vocazione e chi l’ha dovuta vivere perché costretto dalla pandemia. Don Jacques e i suoi confratelli missionari vivono questa familiarità impegnandosi nella vicinanza diretta alla gente, soprattutto ai più poveri, noi monache di clausura stando nascoste nelle retrovie, ma il bersaglio è lo stesso: l’Amore di Dio da cui sgorgano vita e gioia!”

Ringrazio Madre Maristella per quanto ci ha trasmesso attraverso questa esperienza di fede!