Storie di Calcio resistente
Sono usciti da pochi mesi due libri che raccontano vicende del nostro sport più popolare durante il fascismo. Storie di vita, di resistenza, oltre che di calciatori e di calciatrici. Proprio alle ragazze è dedicato il libro di Federica Seneghini “Giovinette. Le calciatrici che sfidarono il Duce”. È il racconto, scritto in un bello stile romanzato, di come un gruppo di giovani milanesi tra il 1933 e il 1934 abbia fondato la prima squadra di calcio femminile in Italia. Una impresa difficoltosa (il calcio in quegli anni era considerato uno sport solo per maschi e di propaganda per il regime) che si intreccia con la vita di quei tempi, molto ben descritta, con le mille restrizioni imposte dal fascismo, i controlli della polizia politica, l’opposizione in famiglia. Un’esperienza breve, quella del Gruppo Femminile Calciatrici Milanese, ma una bella storia di amicizia e di lotta, con tanti nemici e pochi alleati. Ai calciatori professionisti che si sono opposti al fascismo è invece dedicato “Cuori Partigiani”, di Edoardo Molinelli. Calciatori che sono stati partigiani, oppositori politici o deportati. Una ricerca importante dove troviamo anche calciatori di alto livello (di serie A e Nazionali) e uomini che hanno avuto un ruolo rilevante nella Resistenza. Ne ricordiamo solo alcuni, tra i tanti raccontati, per lasciare ai lettori la curiosità e il piacere della scoperta. Michele Moretti, della Comense, che divenne Commissario politico della 52ma Brigata Garibaldi e fu tra i partigiani che catturarono e fucilarono Mussolini. Bruno Neri (giocò nella Fiorentina, nella Lucchese, nel Torino e tre volte in Nazionale) che mai fece il saluto romano a centrocampo, partigiano nella Brigata Ravenna morto in uno scontro a fuoco con i fascisti. Libero Marchini, campione olimpico a Berlino nel 1936, che finge di avere un prurito a un polpaccio per non alzare il braccio nel saluto come gli altri compagni di squadra. Ferdinando Valletti (Seregno e Milan), operaio dell’Alfa Romeo tra gli organizzatori dello sciopero del marzo 1944 e per questo deportato a Mauthausen, dove, come leggerete, la sua abilità di calciatore lo salvò. Nel Torino hanno giocato Dino Ballarin, fratello del più noto Aldo, morto nello schianto aereo a Superga nel 1949, e Raffaele “Raf” Vallone, partigiano in Giustizia e Libertà e poi notissimo attore. Ma ci sono state anche squadre con molti antifascisti e partigiani. La Lucchese, allenata dal 1933 al 1937 da Erno Erbstein (poi mister del Grande Torino) che la portò in Serie A con ben cinque titolari antifascisti dichiarati. E poi lo Spezia che ebbe quattro giocatori morti da partigiani e uno deportato a Mauthausen, ricordati con una lapide all’ingresso dello stadio insieme ad altri giocatori caduti in guerra.

