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Mario Corso, il genio della “Grande Inter” – Ricordo del campione scomparso lo scorso giugno

Mario Corso, il genio della “Grande Inter” – Ricordo del campione scomparso lo scorso giugno

Raccontava Carlo Tagnin mediano della Grande Inter dal 1963 al 1965: “Quando Suarez era in forma sapevamo di non perdere, ma quando Corso era in forma sapevamo di vincere”. Mariolino, il piede sinistro di Dio, come l’aveva soprannominato l’allenatore della nazionale israeliana dopo una doppietta durante un Italia-Israele del 1962, ci ha lasciati lo scorso giugno a 78 anni. Con lui se n’è andato un pezzo fondamentale dello squadrone di Angelo Moratti. Se Picchi, Facchetti e Burgnich erano il muro difensivo, Suarez la geometria, Mazzola l’attaccante di livello internazionale, Mandrake, un altro dei suoi soprannomi, era l’estro che esaltava la platea di San siro e degli stadi di tutto il mondo. “Mario Corso era l’unico calciatore che Pelè dichiaratamente avrebbe voluto nel suo Brasile: questo per far capire ai giovani la portata della classe del mio amico”. Così lo ha ricordato Massimo Moratti, legato da una grande amicizia con Mariolino, un rapporto nato ai tempi della presidenza del padre Angelo e che è rimasto negli anni: “Era il mio preferito della Grande Inter, ma anche mio padre lo adorava, e lui rimase sempre vicino alla nostra famiglia. Tecnica sopraffina, gioco in controtempo, le punizioni cosiddette “a foglia morta”, era un piacere vederlo giocare”. Un campione il cui talento che esaltava la platea di San siro era alternato da alcuni momenti di indolenza che i tifosi gli hanno comunque sempre perdonato. Una pigrizia a suo modo “geniale” che, secondo il racconto di chi andava allo stadio, si manifestava a volte nello stazionare durante le giornate calde ed assolate nelle zone d’ombra del campo per poi magari “svegliarsi” e risolvere la partita con un colpo a sorpresa. Mariolino Corso nasce il 25 agosto del 1941 a San Michele Extra, un paesino alle porte di Verona, e già da piccolo fa capire quale sarà il suo futuro. “Per me da sempre – racconta nel libro uscito nel 2013 “Io l’Inter e il mio calcio mancino” scritto con il giornalista Beppe Maseri – è esistito solo il pallone da buttare in porta per fare gol, attraverso mille diavolerie. Penso di essere nato con un pallone incollato al piede sinistro diventato poi il mio preferito, quello che mi ha distinto”. Di questo “mancino” prima se ne accorge nonna Dosolina alla quale era molto affezionato: “Mario sta’ attento perché ormai manca poco che le scarpe si rompano, soprattutto questa qua…” e poi l’Inter che nel 1958 lo acquista dall’Audace San Michele. Con i nerazzurri in 15 anni vincerà 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali segnando 75 gol in 414 partite. Debutta in serie A il 23 novembre 1959 contro la Sampdoria distribuendo subito 4 assist e la domenica successiva va in gol contro il Bologna. Alla fine della stagione il presidente Moratti, che nel frattempo stravede sempre di più per Mariolino, chiama Herrera perché vuole iniziare finalmente a vincere. Il rapporto tra Mario e il “Mago” è sempre stato contraddittorio. Corso in quegli anni pareva non rientrare negli schemi di Herrera, “anche se de seguro es jocador de qualità”, che ogni estate ne chiedeva la cessione senza però fare i conti con Angelo Moratti che proprio non ne voleva sapere di vendere il suo “gioiello”. “Mario, guarda che sei ancora nella lista degli epurandi del mago, ma tu stai tranquillo” così lo rassicurava il direttore sportivo Italo Allodi. D’altronde Corso era già diventato l’idolo dei tifosi grazie anche alla punizione a “foglia morta” che ingannava i portieri; la palla che sembrava finire sopra la traversa cadeva invece lenta sotto l’incrocio dei pali. Sarà protagonista di tutti i trionfi nerazzurri. È suo il sinistro che porta l’Inter nel 1964 sul tetto del mondo vincendo la Coppa Intercontinentale contro l’Indipendiente. Proprio con una “foglia morta” invece aprirà le segnature della leggendaria rimonta in semifinale contro il Liverpool nel 1965 che porterà poi l’Inter alla conquista della seconda Coppa dei Campioni. Sempre nel 1965 entra definitivamente nel cuore dei tifosi con una serpentina da metà campo conclusa in gol in un derby finito 5-2 per l’Inter che portò poi i nerazzurri allo scudetto. Ultimo capolavoro lo scudetto del 1970-71 che tutta la critica sostenne che era stato “lo scudetto di Corso”, che mai aveva giocato con tanta brillantezza e continuità. Terminata la carriera di allenatore, rimarrà sempre legato all’Inter come osservatore e anche come allenatore nella stagione 1985-86.

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