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Franco Loi, poeta milanista

Franco Loi, poeta milanista

Il 4 gennaio scorso è mancato il grande poeta Franco Loi. Per ricordare lui e la sua passione per il Milan abbiamo deciso di proporvi un racconto dedicatogli in “Il derby della Madonnina”, un libro pubblicato dalla Book Time nel 2014 che narra la storia della stracittadina milanese attraverso settanta partite.

• 17/6/1945: Ambrosiana-Milan 1-3 – La poesia del derby Il calcio è letteratura, è poesia. E non solo metaforicamente: bastano, per restare in Italia, Saba, Alfonso Gatto, Vittorio Sereni (interista sfegatato, tra l’altro) e Pier Paolo Pasolini? Per non parlare, poi, di Arpino, Giovanni Giudici (e il suo “Stopper”), Cucchi, Vasco Pratolini, Raboni, Milo De Angelis, Mario Soldati e via dicendo. Potremmo, citando solo i maggiori, stilare una formazione di veri campioni. Certo, anche ai poeti piace il calcio, perché no? Ne sanno cogliere il lato anarchico, che sfugge alle regole. O ne raccontano, oltre all’aspetto irrazionale, quello sentimentale o festoso. Come nel caso di Franco Loi, l’erede di Porta e di Tessa, colui che ha permesso al dialetto meneghino di restare vivo, almeno nella parola scritta. È proprio a lui, a Loi, che esporta la nostra lingua dalle scuole milanesi a New York, che dobbiamo la narrazione poetica, inserita ne “L’Angel”, del primo derby che si svolse nella città liberata. Una Milano in cui si ballava in tutti i cortili, in cui la gente si salutava per strada senza conoscersi. Una città felice di essere sopravvissuta ai bombardamenti e ai nazifascisti, come entusiasta era un Franco Loi quindicenne nell’intraprendere l’infinito viaggio in tram e a piedi da Lambrate a San Siro. Allora, una vera impresa: adesso, in certe ore del giorno, pure. Era il 17 giugno 1945 e allo stadio meneghino, riaperto dopo il lungo sonno provocato dal conflitto, si disputava un derby “benefico” atteso da tutti i tifosi. Rinasceva Milano, e rinasceva anche il calcio. E così Loi e i suoi amici si misero in fila davanti alle biglietterie, scoprendo però che i soldi faticosamente risparmiati non bastavano. Già, con le loro tre lire non si poteva nemmeno comprare l’aria di San Siro (da qui in avanti in corsivo i versi della poesia di Loi tradotti dal milanese, ndr). Occorreva dunque un’idea, per assistere al primo Milan-Inter del dopoguerra, che si materializzò guardando le 1 3 4 2 vicine tribune del Galoppo. A volte le soluzioni sono tanto ardite da meritare fortuna. E così fu: il cavallo Stella di mare, a cui Loi e i suoi compagni avevano delegato le loro uniche chances, vinse la corsa permettendogli di accedere nel catino d’erba e colori che era San Siro quel giorno di giugno e di assistere a quel balletto di gambe e di mutande che una partita di calcio rappresenta. L’Inter, nelle cui fila militavano Edmondo Fabbri ante Coream (sì, proprio lui!), il bustocco Candiani (futuro milanista), oltre al figliol prodigo Meazza, era favorita, e all’iniziale vantaggio milanista siglato da Granata rispose proprio il Peppin, con il suo ventesimo ed ultimo gol nei derby. Ma il Milan, pur costretto sulla difensiva, poteva vantare un centravanti da quiz della pedata, Renato Boffi, il migliore attaccante rossonero nel periodo della guerra. Il quale, se era in vena poteva tutto, anche superare il portiere Franzosi con un sinistro che nessuno vede. Quella rete portava, inaspettatamente, il Milan sul 2-1, e “se fa piscìn el camp, e a scalinada se slarga el ciel nel vent fa de bander… I russuner in svamp che fann lambada e i nerazurr se sfann ‘me foj al vent”. Sì, il gol aveva disperso i giocatori neroazzurri come delle foglie a causa del vento e trasformato quelli rossoneri in lampi che danzavano la lambada. Tanto che, quasi allo scadere, Begni siglò pure un 3-1 “de fa tremà i curtìl ‘na samba de dà fora i sentiment”. I rossoneri avevano vinto il derby, e mentre “Sansir ch’ai noster spall tegniva el temp”, Loi cantava a squarciagola sul tram attraversando “Milan che pien de strad l’era un ciamà”. Milano era tutta un richiamo, Milano era la vita. Ma all’improvviso, ecco svaporare il ricordo: Io non capisco cosa voglia questo vostro Dio. Il tempo era lì, bello, e adesso non c’è più.

San Siro era una nuvola di sera che sembrava ferma e nel voltarsi c’è buio.

Una grande fortuna, che anche i poeti amino il calcio.

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