GIORNALE DI NIGUARDA - CA' GRANDA - BICOCCA - PRATOCENTENARO - ISOLA

“I miei 100 anni all’Isola. I ricordi mi vengono incontro”

“I miei 100 anni all’Isola. I ricordi mi vengono incontro”

Memorie di Carmen (Maria) Neri in De Gennaro dalla Spagnola al Covid

Posso dire che il secolo di vita, che oggi compio, va da pandemia a pandemia: da “La Spa-gnola” al Covid-19. Sono nata a Milano il 20 febbraio 1921. Da piccola ascoltavo i racconti della mia mamma che mi raccontava della Spagnola, contratta e superata. Oggi, per giustificare il loro arrivo “mascherati”, i miei figli mi dicono che “in giro” c’è un virus tipo quello della Spagnola. Mi auguro di vedere la fine di questa strana influenza e di poter riprendere a vedere di persona e non attraverso lo schermo di un computer nipoti, parenti e amici e, soprattutto la mia bis-nipotina Alma, che vive a Montréal. Riavvolgendo i ricordi, lo spazio della mia storia secolare si svolge quasi interamente attorno all’“Isola”, che ancora oggi ha la caratteristica di Quartiere ma che, rispetto agli anni del primo Novecento, ha progressivamente cambiato aspetto. Da zona emarginata si è trasformata in una delle zone più effervescenti della città. Mamma Eleonora (Nora) della Val Tidone aveva conosciuto papà Umberto, pugliese, militare nel piacentino: lei mondina, lui elettricista. Da sposati si sono trasferiti a Genova e da lì con mio fratello Antonio, si sono stabiliti a Milano, in via Boltraffio. Qui la mamma trovò lavoro come operaia alla Gi.Vi. Emme e il papà come elettricista all’Azienda Elettrica Municipale. Il mio primo giorno di scuola alla “Lambruschini-Cybo” è traumatico: alla fine dell’appello nel cortile della scuola rimango solo io perché non sento chiamare il mio nome. Solamente quando colei che sarebbe stata la mia maestra viene a prendermi capisco il problema: il nome scelto dai miei genitori è Carmen, ma mi avevano registrato all’anagrafe, senza mai avermi informata, come Maria in quanto, a quel tempo, la Chiesa non ammetteva nomi “stranieri”. Passano gli anni, abitiamo in via Murat. Nasce anche Giovanni, il mio fratellino. Dopo la Scuola Elementare frequento la Scuola di Avviamento professionale presso la “Rosa Govone” di via J. Dal verme, 10. Ricordo che il Gigi della “gnaccia” era sempre davanti al portone della scuola all’inizio e alla fine delle lezioni. Anch’io, come moltissimi altri bambini, acquistavo una fetta di “gnaccia” perché era buona e perché “Gigi ne dava tanta” per pochi centesimi e spesso dava anche la “giunta” (le briciole rimaste nella teglia). All’angolo di via Pastrengo con via Borsieri ogni pomeriggio arriva “Quel dei cuni”, il venditore di castagne infilate. Quell’omino che teneva intorno al collo le collane di castagne sembrava un albero della cuccagna e noi ragazzi correvamo a comprare le castagne che erano buonissime. Vi era anche “Quell di pericotti”, un venditore molto conosciuto e atteso da tutti perché, soprattutto d’inverno, le pere cotte, zuccherate e calde, sono un’ottima merenda. La Sironi poi era la cartolaia più conosciuta dai ragazzi del quartiere, da lei i bambini comperavano a rate l’occorrente per la scuola. Finita la scuola, assunta come dattilografa presso il Credito Italiano nella sede centrale di piazza Cordusio, come tutte le mie coetanee, speravo di incontrare il mio “Principe azzurro”. Nella notte tra il 23 e il 24 giugno le giovani single, oggi si direbbe così, usavano esporre sul davanzale della finestra una tazzina contenente acqua e il chiaro di un uovo per osservare, la mattina di San Giovanni, se l’albume avesse assunto una forma indicativa di un incontro nel futuro. Nel mio albume si intravvedeva la sagoma di una nave. Strano, una nave a Milano! Gli impiegati del Credito Italiano venivano spesso nell’ufficio delle dattilografe per farsi battere a macchina dei documenti. Fu così che un bel giorno apparve Donato; alto, magro, occhi grigio- azzurri, elegante, un figurino. Non avevo mai sentito il nome Donato, non mi piaceva, invece mi piaceva lui! La simpatia era reciproca. Veniva dal mare, dalla provincia di Taranto. Si spiegava il “mistero” del chiaro d’uovo. Ma non solo: anche Donato abitava all’Isola in via Sebenico. Gli piaceva passeggiare per la città. Spesso tornava dal lavoro a piedi attraversando il ponte di ferro che univa l’Isola al centro della città, da Corso Como a via Guglielmo Pepe. Il cavalcavia intitolato a Don Eugenio Bussa ancora non era stato costruito. Siamo agli inizi degli anni Quaranta. La guerra ci travolge. Io vengo sfollata dalla Banca a Cernobbio, Do-nato viene trasferito in Dalmazia. Da civile viene fatto prigioniero e deportato in campo di lavoro a Lintz. Una volta liberato riesce a tornare dalla sua famiglia, che non aveva avuto più notizie di lui da quando era in Dalmazia, poi rientra a Milano. Do-nato non ha mai parlato volentieri della prigionia ma quando lo faceva non provava rancore per i tedeschi. “Era la guerra”, concludeva. In vecchiaia, ebbe il desiderio di tornare a rivedere quei luoghi. Il 28 agosto 1949 ci sposiamo. Momentanea-mente abitiamo in piazza Piola, ma ben presto ci spostiamo in viale Zara. Stavano piantando allora gli alberi che ancora oggi fiancheggiano lo stradone. In una fredda giornata di novembre il Seveso esonda e i Vigili del Fuoco mi accompagnano in ospedale con una “barca”: stava per nascere Grazia, la mia primogenita. Quattordici mesi dopo arriva Antonetta e, nell’infuocato Ferragosto del 1955, Francesco. Occorre un appartamento più grande: ci trasferiamo in via Lario dove abito ancora oggi. Un anno, alla fine degli anni Ottanta, tra Natale e Capodanno, uno dei miei figli organizzò un viaggio a Vienna. Donato si aggregò volentieri: durante il viaggio in treno, osservando dal finestrino la sagoma delle colline, ricordò con emozione quell’altro viaggio in treno quarant’anni addietro e quei giorni di prigionia che sembravano non avere mai fine. Il suo desiderio era stato esaudito ma fu anche il suo ultimo viaggio. Il novembre seguente un tumore ai polmoni lo portò via. Ora riposa sulla sua collina che guarda il mare. I miei figli hanno frequentato le Scuole Elementari in via Dal Verme e due di loro anche le Medie quando, è stata costruita la Scuola Media “Govone” di via Pepe. La più grande, dopo aver frequentato la Scuola Media e le Magistrali a Porta Volta, è tornata “alla Dal Verme” dove ha insegnato per 42 anni come maestra elementare: moltissimi nel quartiere sono stati suoi alunni. I miei 100 anni hanno attraversato tutti i cambiamenti del Quartiere e posso dire che l’Isola, questa piccola parte di mondo, è stata il “mio mondo” e lo è ancora oggi.

Memorie trascritte dai figli di Carmen (Maria) Neri in De Gennaro

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