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La memoria scritta nei libri sulla Shoah: Primo Levi

La memoria scritta nei libri sulla Shoah: Primo Levi

Proseguiamo nella recensione di libri per tenere viva la memoria dell’Olocausto. Primo Levi non ha bisogno di presentazioni. Nato a Torino nel 1919, chimico, deportato ad Auschwitz nel 1944 e rientrato in Italia nell’ottobre 1945, è stato fino alla morte, nel 1987, uno dei testimoni più importanti e conosciuti della tragedia della Shoah, grazie a diversi libri e moltissimi incontri pubblici, soprattutto nelle scuole.

•“Se questo è un uomo” Il primo e più conosciuto libro di Primo Levi è del 1947, rifiutato da Einaudi e pubblicato da una piccola casa editrice di Torino, ebbe buone accoglienze critiche ma scarso successo di vendita. Solo nel 1958 sarà riproposto da Einaudi e diventerà conosciutissimo, tradotto in tutto il mondo e continuamente ristampato. Si tratta di un vero e proprio capolavoro letterario: una testimonianza sconvolgente sull’inferno dei lager, sull’umiliazione, l’offesa e la degradazione dell’uomo, ma anche dello scopo mostruoso di voler cancellare dal mondo interi popoli e culture. Il racconto, strutturato in diciassette capitoli, parte da quando l’autore fu catturato il 13 dicembre del 1943 in una località del Comune di Brusson, in Valle d’Aosta (vedi la foto del cippo), e si conclude con la liberazione del campo di Auschwitz da parte dei soldati dell’Armata Rossa. In mezzo tutte le vicende subite dall’autore: dalla partenza dal campo di Fossoli al primo contatto con il lager, dalla confusione delle lingue al lavoro, dai problemi igienici alle amicizie, dalla lotta per la sopravvivenza al freddo dell’inverno. Colpisce che, nella prefazione, Levi scriva “Mi pare superfluo aggiungere che nessuno dei fatti è inventato”. Letta oggi questa frase diventa importantissima.

• “La tregua” Pubblicato da Einaudi nel 1963, è il secondo libro di memoria di Primo Levi, vincitore della prima edizione del Premio Campiello, ed è il seguito di “Se questo è un uomo”. Descrive il lungo e travagliato viaggio di ritorno in Italia, che si protrarrà fino ad ottobre, attraverso Polonia, Bielorussia, Ucraina, Romania, Ungheria, Germania e Austria. Un’avventura che si snoda tra le rovine e la miseria dell’Europa liberata dal nazismo, attraverso un itinerario tortuoso e ricco di incontri con persone appartenenti a diversi Paesi e civiltà, tutti ugualmente vittime della guerra, che Levi descrive con rispetto e attenzione. Fino a quando, come scrive nell’ultima pagina “Giunsi a Torino… la casa era in piedi, tutti i familiari vivi, nessuno mi aspettava.” Possiamo leggere il libro non solo come testimonianza diretta ma anche come rappresentazione di quello che hanno vissuto milioni di sfollati al termine della Seconda Guerra Mondiale, in grandissima parte ex detenuti del Reich tedesco, sia lavoratori coatti che sopravvissuti ai campi di concentramento.

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