“Omero”: intervista esclusiva al Dirigente Scolastico Laura Gamba

Qual è stata la prima cosa che ha pensato riguardo alla situazione scolastica quando lo scorso anno è stato dato per la prima volta l’annuncio della chiusura delle scuole?
La prima cosa che ho pensato è stato come favorire la prosecuzione dell’anno scolastico stesso, quindi come riuscire a mantenere la scuola aperta in un momento nel quale l’emergenza sanitaria imponeva la sua chiusura.
E come ha vissuto le nuove responsabilità determinate dalla pandemia?
Come tutte le nuove responsabilità, la prima azione è la presa in carico della responsabilità stessa. E poi una ricerca delle soluzioni da mettere in atto, anche attraverso la collaborazione con tutte le persone coinvolte: credo che nella scuola l’azione debba essere sempre accompagnata dal confronto con tutte le componenti coinvolte. Tutti sono importanti: dagli studenti, ai docenti, le famiglie, le persone che lavorano nelle segreterie e i collaboratori scolastici. Io penso che tutti possano dare un contributo e possano avere buone idee, soprattutto quando si tratta di trovare delle soluzioni a problemi e a situazioni che non rientrano in un protocollo standardizzato.
Qual è stata la cosa che è risultata essere la più difficile da organizzare e gestire?
La cosa più difficile da organizzare e gestire è stato l’andamento scolastico in una situazione di incertezza e di continui cambiamenti: non sapere quanto si sarebbe restati in presenza, quanto sarebbero stati validi i protocolli di sicurezza, gestire questo continuo cambiamento, dalle disposizioni per il controllo dei casi covid dettati da TS, che sono stati oggetto di evoluzione, alla definizione di un orario scolastico che è cambiato in corso d’anno, in quanto ha dovuto tener conto delle nuove esigenze dettate dai mezzi di trasporto, il fatto che dall’oggi al domani si definisse il passaggio da una didattica in presenza a una a distanza e viceversa. Tutte quelle decisioni, insomma, che dovevano avvenire in maniera piuttosto rapida e senza una previsione.
È stato più difficile gestire la situazione a livello emotivo, essendosi ritrovati a dover stare in una scuola deserta, o a livello organizzativo?
Direi che entrambe le situazioni sono state difficili e che hanno comportato la scelta di fare ricorso a strategie diverse: dal punto di vista emotivo, la strategia per risolvere i problemi e per darsi sempre forza dipende dalla convinzione con cui si svolge la professione. Nel momento in cui si crede profondamente nel valore della scuola allora le risorse emotive affiorano, proprio perché si basano su questo convincimento. Dal punto di vista organizzativo, invece, come ho detto prima, la soluzione è sempre quella di fare ricorso alla collaborazione e alla spiegazione del perché di determinate scelte: anche se poco gradite, infatti, le scelte devono sempre essere spiegate, perché tutte le persone operino e vivano in un contesto che abbia una cornice di senso.
Pensa che l’esperienza organizzativa possa aver insegnato qualcosa di utile non solo agli studenti, ma anche ai docenti e a lei stessa?
Sempre l’esperienza è maestra: tutte le esperienze, soprattutto quelle nuove, ci aiutano a riflettere in una prospettiva di miglioramento. Quindi assolutamente sì: ci ha insegnato soprattutto che siamo più forti di quello che immaginiamo, siamo stati capaci di reagire ad una situazione difficile. Purtroppo bisogna rilevare che non tutti lo abbiamo fatto con la stessa convinzione e forza, perché dobbiamo sempre considerare che l’aspetto importante è non lasciare indietro le persone più fragili, quindi riuscire ad individuarle, riuscire a sostenerle e supportarle, proprio perché non tutti abbiamo, e parlo sia dei giovani che degli adulti, le stesse risorse per affrontare le difficoltà.
È soddisfatta della reazione del corpo docenti alla nuova organizzazione?
Sono soddisfatta certamente, perché si sono messi in gioco e lo hanno fatto con grande disponibilità fin dai primi mesi: quello è stato il momento più difficile, perché si sono trovati catapultati in una realtà completamente nuova e di emergenza senza avere delle linee guida e delle indicazioni comuni. Io dico sempre che quando si mettono in atto dei cambiamenti è importante che avvengano seguendo la logica di un processo: qui ciò non è accaduto, perché ci siamo trovati in una situazione di emergenza, per cui sono stati tutti catapultati in una nuova realtà e hanno cercato, in modo diverso ma tutti con grande disponibilità, di attrezzarsi. Poi certo dobbiamo fare ancora molto, dobbiamo soprattutto pensare a ciò che tutta questa nuova situazione ha comportato nelle vite professionali dei docenti ma ancor più nel processo educativo dei ragazzi. Quindi non abbiamo finito, siamo soltanto all’inizio: ora è necessario fare tesoro di questo grande cambiamento e non commettere l’errore di credere che la scuola possa tornare come prima.
Cosa ne pensa dell’atteggiamento tenuto complessivamente dagli studenti e dalle loro famiglie?
Devo dire che gli studenti e le famiglie, dal punto di vista dell’attenzione alle nuove regole, sono stati molto positivi e collaborativi: l’ho notato soprattutto nella precauzione che in molti casi è stata adottata in circostanze in cui si poteva ipotizzare la presenza di un contagio. Da questo punto di vista sono soddisfatta. Rispetto all’andamento didattico… a sentire i docenti si riscontrano livelli di soddisfazione differenti: ancora una volta non possiamo fare un discorso generale ma dobbiamo dire che a seconda del livello di maturità dei ragazzi il processo di apprendimento è stato più o meno coinvolto e partecipato.
C’è stato un momento in cui si è parlato molto dei banchi a rotelle: qual è la sua opinione a riguardo?
Io credo che, a livello comunicativo, abbiamo spesso bisogno di ingigantire alcune situazioni: una di queste è stata quella del banco a rotelle, che ha una sua logica. Nasce a supporto di una didattica di tipo cooperativo per consentire di lavorare in gruppi e quindi modificare più velocemente il setting dell’aula: una cosa è spostare per creare dei gruppi di lavoro dei banchi e delle sedie, una cosa è il banco a rotelle. Poi questo è diventato un elemento per indicare un’innovazione che forse non era tanto condivisa. Quindi benissimo il banco a rotelle, in quanto apprezzo la didattica cooperativa, ma forse difficile da realizzare quest’anno in una situazione in cui è necessario mantenere scrupolosamente le distanze.
In base a ciò che si sta dicendo riguardo ai corsi estivi su base volontaria, lei crede che si attuerà davvero il progetto?
Il progetto è molto difficile da realizzare nel momento in cui viene avviato in aprile: è un progetto ambizioso, che funzionerà se ci sarà la capacità di idearlo con precisione e di comunicarlo in maniera efficace. Dobbiamo partire dal presupposto che occorre identificare i bisogni formativi degli studenti, ma occorre anche la disponibilità delle persone a seguire questi progetti. La prima azione da compiere è individuare degli ambiti di progetto e ribaltare la domanda agli studenti e alle famiglie: sono loro interessati e disponibili a partecipare ad attività didattiche o ricreative di socializzazione nei mesi estivi?
Visto il periodo di grande stress che stiamo vivendo, che cosa secondo lei può offrire la scuola per aiutare gli studenti?
Credo che: il compito della scuola sia aiutare gli studenti a costruire il futuro e quindi ascoltarli e prendersi cura di loro dal punto di vista educativo e didattico. Ma innanzitutto perché possa essere individuato un problema e perché si possa avviare il percorso per cercare di risolverlo occorre il dialogo.
Trova la didattica a distanza un metodo di studio che potrebbe essere utilizzato anche in futuro?
Certamente, ma declinata in un progetto didattico ben studiato. Sicuramente sia i docenti che gli studenti hanno appreso delle modalità di comunicazione e di lavoro diverse da quelle a cui erano abituati. Questo è un aspetto importante di cui bisogna fare tesoro.
Secondo lei i ragazzi che il prossimo anno affronteranno la maturità troveranno molte difficoltà?
Dipende da come sarà strutturato l’esame di stato. Diciamo che i ragazzi che affronteranno l’esame di stato lo faranno con difficoltà non maggiori di quelle che hanno dovuto affrontare i ragazzi che li hanno preceduti se le attività didattiche e la gestione dell’esame di stato farà attenzione all’andamento della scuola in questi ultimi due anni.
Pensa che l’anno prossimo si continuerà con la didattica a distanza integrata?
Io spero che l’anno prossimo sia possibile svolgere le lezioni in maniera più organizzata. Non lo so dire. Naturalmente mi auguro di no, che non sia necessario limitare la presenza degli studenti a scuola. Non posso dire se questo succederà o meno, ma se devo desiderare qualcosa desidero fortemente che non sia necessario limitare la presenza degli studenti a scuola, ma che si possano trovare, nel caso, delle altre soluzioni.
Avendo la possibilità di tornare indietro, gestirebbe la situazione in modo diverso?
Direi di no, perché ogni scelta e ogni soluzione implica poi dei vantaggi e degli svantaggi. Faccio un esempio, quello forse più evidente agli studenti: la scelta di organizzare per tutti la scuola su sei giorni invece che su cinque. Ogni scelta comporta poi delle conseguenze negative: se fossimo rimasti sui cinque giorni, avendo avuto l’obbligo di organizzare l’attività di un gruppo della scuola dopo le 9:30, avremmo avuto una giornata più lunga, ma avremmo avuto un giorno di riposo. Non credo che ci sia una soluzione migliore di un’altra, ma credo che l’approccio sia importante e sia fondamentale che tutti capiscano che quando si fa una scelta ci sono delle conseguenze positive e negative, che non esiste la scelta che ha solo conseguenze positive.
Ha qualche consiglio da dare agli studenti in questi continui cambiamenti tra DAD e non DAD?
Il mio consiglio è quello di studiare con passione. È vero, ci sono delle difficoltà: anch’io mi rendo conto che quando parlo con i gruppi c’è qualcuno che si blocca con una faccia strana o qualcuno a cui trema la voce, e allora si fa fatica. Però ritengo che l’aspetto importante, e richiamo ancora quello che dicevamo prima, è sempre la passione e la convinzione con cui si fanno le cose, la leva che poi consente di risolvere i problemi, di affrontare le difficoltà: trovare sempre il bello in quello che si studia, questo è il mio consiglio, in tempi di pandemia e non.