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Una calcio alla guerra – Storie di pallone e Resistenza

Una calcio alla guerra – Storie di pallone e Resistenza

“Storie di pallone e Resistenza. Un libro che riconcilia con il calcio fungendo da antidoto alle sue profonde degenerazioni”: così Sergio Giuntini, tra i più importanti esperti del rapporto tra Sport e Storia, ha definito nella prefazione “Un calcio alla guerra. Milan- Juve del ’44 e altre storie” (Le Milieu), uscito in questi giorni e scritto dal “nostro” Mauro Raimondi insieme a Davide Grassi. Diviso in quattro capitoli, nei primi due si raccontano – in più di 60 agili racconti corredati da foto d’epoca – le vicende di calciatori/allenatori italiani e non (anche famosi come l’interista Virgilio Fossati, Losi, Maestrelli o Vykpàlek) che hanno aderito alla lotta per la Liberazione o hanno avuto a che fare con i conflitti mondiali. La terza parte è dedicata al rastrellamento avvenuto dopo un Milan-Juve del 2/7/44, disputato all’Arena di una Milano di cui si ricostruisce la vita quotidiana. Infine, l’ultima sezione narra le storie di decine di sportivi italiani e stranieri, tra cui Gino Bartali e Sandro Gamba. Per saperne di più, abbiamo intervistato Davide Grassi, già autore di diversi libri, che ha collaborato con quotidiani (tra cui il “Corriere della Sera”), magazine di calcio e radio sportive.

Come è nato questo libro?

Il libro è nato ormai qualche anno fa dall’idea di abbinare due nostri interessi: il calcio e la storia, in particolare quella della Seconda guerra mondiale. Già in passato nei nostri libri abbiamo intrecciato le vicende sportive con quelle storiche, ma questa volta abbiamo deciso di fare un lavoro completo e specifico, con la ricerca di sportivi dimenticati che in qualche modo sono finiti coinvolti, spesso pagando con la vita, nelle tragiche vicende della guerra. Alcuni sono stati deportati in campo di concentramento per le leggi razziali, altri sono stati chiamati alle armi e si sono ritrovati sbandati dopo l’8 settembre, altri ancora sono finiti nella Resistenza e hanno combattuto contro il nazifascismo. In tutti i casi si è trattato di un passaggio brusco dalla gioia di praticare lo sport, in alcuni casi anche ad alto livello, agli eventi bellici e alla follia delle persecuzioni. Il libro è un inno alla memoria di persone coraggiose e innocenti, che si sono sacrificate e sono state dimenticate troppo in fretta. Lo abbiamo dedicato a loro, che hanno sognato un pallone, dei guantoni, una sciabola, un paio di sci, un’auto da corsa, una piscina o una pista d’atletica insieme alla libertà.

Quali sono le fonti che avete utilizzato?

Il lavoro di ricerca è stato lungo e impegnativo. Di molte storie è stato possibile trovare solo frammenti, che abbiamo cercato di mettere insieme come in un puzzle. Le fonti sono state diverse: vecchi giornali, libri, archivi e naturalmente anche Internet, che in certi casi diventa davvero una miniera d’oro di informazioni. È stato un lavoro difficile ed entusiasmante al tempo stesso.

Quali sono le storie che ti hanno colpito di più?

Le storie sono tante ed è davvero difficile scegliere. In ogni caso, mi ha colpito molto la partita di calcio che si giocò il primo aprile 1944 tra italiani, alcuni dei quali partigiani, e nazisti. Una storia incredibile, che meriterebbe un film. Per rimanere in ambito calcistico ci sono poi nomi famosi come Raf Vallone, che ha avuto una vita avventurosa tra calcio nel Torino e Resistenza prima di diventare un attore, ma anche meno noti come Mino Steiner, nipote del socialista Giacomo Matteotti. Steiner giocò nelle giovanili del Milan prima di avvicinarsi al Partito d’Azione e alla Resistenza, per poi morire in campo di concentramento. E ancora le storie di Raffaele Jaffe, presidente dell’incredibile Casale campione d’Italia, morto ad Auschwitz, e di Geza Kestesz, allenatore in molte squadre italiane, ora ricordato come “lo Schindler del Catania” per avere salvato la vita a molti ebrei. Per passare ad altri sport, mi hanno colpito molto le storie dei pugili costretti a combattere sui ring dei campi di concentramento con in palio la vita, per il divertimento dei nazisti che scommettevano su di loro, e quello di un tedesco “ariano” come il campione di ciclismo Albert Richter, che odiava il nazismo e morì per aiutare un amico ebreo.

Possiamo dire che si tratta di un libro di impegno civile?

Senz’altro, questo era il nostro obiettivo fin dall’inizio. Ab-biamo voluto illuminare angoli bui della storia usando come filo conduttore lo sport e riportare alla luce vicende dimenticate. È stato un po’ come prendere in mano vecchie foto sbiadite – alcune, molto belle, sono anche disseminate nel libro – e in certo senso “restaurarle” in modo da renderle fruibili a tutti nella loro drammaticità. Per farlo, abbiamo dovuto scavare come dei minatori, fino a trovare – almeno in parte – quello che cercavamo. Storie drammatiche e dimenticate, qualcuna anche a lieto fine, che speriamo di avere contribuito a riportare al posto che si meritano nella memoria collettiva.

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