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Maria Peron, la leggendaria infermiera dei partigiani dal Niguarda alla Val Grande

Maria Peron, la leggendaria infermiera dei partigiani dal Niguarda alla Val Grande

Quando mi trovo nella Sezione ANPI Martiri Niguardesi, lo sguardo si posa sempre sulla fotografia di una giovane partigiana: Maria Peron, l’infermiera dei partigiani della Val Grande.
Maria nasce a Borgorico (PD) nel 1915 e muore a San Bernardino Verbano (NO) nel novembre del 1976. Si diploma infermiera e viene assunta a Milano presso l’Ospedale Maggiore, con mansioni di “ferrista” in sala operatoria. Dopo l’8 settembre 1943, come per molti italiani, la sua vita involontariamente cambiò. Entrò in contatto con la Resistenza milanese tramite  i prigionieri politici che dall’infermeria del carcere di San Vittore, bombardata, erano stati trasferiti all’Ospedale di Niguarda.
La sua fede cattolica la spinse subito a stare dalla parte dei più deboli, mettendosi a disposizione per aiutare le vittime della guerra. Attraverso il parroco Don Macchi di Niguarda prese contatti con la partigiana Giovanna Molteni Sangiorgio di via Hermada. Con lei avrà uno scambio d’informazioni ed impegni clandestini  sempre molto importanti nell’ambito della lotta partigiana organizzata in quartiere.
Nel maggio del 1944, mentre con altre colleghe stava organizzando la fuga di un partigiano ricoverato nell’infermeria del carcere, venne scoperta dai questurini fascisti. Riuscì a scappare da una finestra e raggiunse la casa di Giovanna. Fu lei, il giorno dopo, ad accompagnarla ad Intra, nel Verbano, dove Maria si unì alla formazione garibaldina “Val Grande Martire”. Quel giorno freddo e piovoso fu accolta a braccia aperte, come “una mamma”, dai partigiani stanziati in una baita di Orfalecchio in Val Grande. Il Maggiore Dionigi Superti la salutò dicendole “Mi piaci perché non sei dipinta”. Nonostante la vita “comoda” della città appena lasciata si adattò subito a quella situazione dormendo su due misere assi e mangiando un pezzo di polenta senza sale.
Il giorno dopo  il Maggiore Superti le diede in consegna una cassettina con pochi medicinali e qualche benda, poi la condusse in una baita dove c’erano dei feriti e dei malati, sdraiati su dei giacigli fatti con le foglie di faggio. La sua impressione, alla vista di tutte quelle teste fasciate a turbante, fu quella di trovarsi “non in un’infermeria ma in un campo di eremitaggio indiano”.
Da quel giorno, lassù sulle montagne dell’Ossola, a soli venticinque anni divenne “Maria l’infermiera”, camminando fra le baite a curare i feriti, sempre con la sua borsa carica di ferri chirurgici e sulla testa una taglia di cinquemila lire. E così, fino alla fine della guerra, Maria si prodigò in ogni modo tanto che, come è stato scritto, dove c’era lei l’assistenza era la più pronta e più efficace che le brigate Garibaldi potessero vantare. In poco tempo la Peron riuscì ad organizzare un servizio sanitario dotato di un pronto soccorso, in modo che le condizioni di vita fossero igienicamente le più adatte alle necessità dei malati.
Dopo non molto, verso la metà di giugno, dovette lasciare questa postazione perché, dopo sedici ore di aspro combattimento, il Capitano Mario Muneghina, nella notte, diede l’ordine di ritirata.
Tra difficoltà inaudite e nel buio pesto  Maria con i suoi ammalati dovette seguire la colonna. Camminavano alla cieca e per non precipitare nei burroni, i feriti doloranti si tenevano per mano formando così “una penosa catena umana”. Dopo ore di cammino, da una valle all’altra, arrivarono  a Busarasca, un posto più sicuro.
All’arrivo Maria non potè riposarsi perché una staffetta l’avvertì che il partigiano Scampini era stato ferito gravemente a ponte Casletto, perciò doveva andare a soccorrerlo. Dopo una marcia lunga e piena di pericoli, perché la zona era controllata dai nazi-fascisti, raggiunse la baita. Sul fieno, avvolto in un lenzuolo inzuppato di sangue, giaceva Scampini con un aspetto quasi cadaverico. Maria constatò una perforazione addominale con segni di di peritonite in atto. Si fece coraggio e a due mani fece l’intervento chirurgico, una laparotomia. Senza anestesia, con pochi ferri a disposizione, senza guanti e a lume di candela.
Non potendo fermarsi sul luogo diede istruzioni precise a dei  boscaioli su come medicare la ferita. Questi, a causa del pericolo incombente, dopo qualche giorno trasferirono Scampini dalla baita ad una grotta dove rimase per ben ventisette giorni, superando discretamente lo stato molto grave della sua malattia.
Maria ottenne dalle suore di Finnero degli abiti paesani ed una gerla: vestita da alpigiana, poté  circolare sul territorio ma sempre con cautela perchè la sua presenza in zona era stata segnalata ai fascisti. Manteneva i contatti con il Parroco del paese, Don Giuseppe, il quale le trasmetteva informazioni sugli spostamenti dei fascisti. Come quella, importantissima per le formazioni partigiane, che avrebbero lasciato la zona il ventisette di quel mese di giugno 1944.
Il suo soccorso lo portò anche al giovane Laurenti,  che durante un agguato fu ferito ad una scapola e perse la prima falange di un dito. Ad amputarglielo e a curarlo fu lei. Da quell’incontro nacque la loro storia d’amore che culminò nel matrimonio appena terminata la guerra.
La sera del primo marzo ’45, mentre attendevano un lancio alleato, un nutrito gruppo di nazi-fascisti, di sorpresa, si inoltrò nella valle e circondò l’alpeggio dell’Alpino, dove si trovava l’infermeria allestita dalla Peron.
Allarmata, ma con sangue freddo, riuscì ad organizzare la fuga degli ammalati e a nascondere il materiale sanitario. Per ingannare il nemico, mentre si ritiravano, fece suonare il grammofono ad alto volume, così i nazi-fascisti arrivarono con calma all’alpeggio e non trovarono nessuno.
Grazie al suo coraggio ed alla sua dedizione salvò e curò non solo tanti partigiani ma anche  dei prigionieri nemici. E spesso valligiani, anch’essi privi di assistenza sanitaria a causa della guerra.
Per tutte queste attività le venne attribuito il grado di Medico di Brigata.
Nonostante le condizioni di continuo pericolo non usò e non volle mai tenere un’arma addosso.
Maria ricorderà sempre la gioia del giorno tanto desiderato, quello della Liberazione, sentimento però non disgiunto dal dolore per quei giovani che aveva visto cadere e per le madri che non avrebbero più rivisto  i propri figli.
Commoventi sono le sue parole in un intervista rilasciata il 5 maggio 1945 : “ Voglio assicurare queste Madri che in Val Grande, a Finnero a Malasco, in Val Pogallo in Val di Terza, in Val San Bernardino, in ogni dove, io ho fatto per loro quanto una Madre avrebbe potuto fare.”
Nel nostro quartiere ritornò spesso, terminata la guerra, per trascorrere piacevoli pomeriggi in compagnia delle amiche Giovanna e Giuditta Sangiorgio. Alcune persone, ancora oggi, ricordano la sua voce dolce e tranquilla che portava consolazione a chi l’ascoltava.
Nella nostra Sezione in uno scritto, dove parla di Maria Peron, Giovanna dice “non dimenticatela perché ha fatto tanto per la Patria”. A Rovegro, le è stata dedicata la scuola elementare ed una targa la ricorda sul muro della chiesa di Cicogna.
  

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