Per Antonio Turchetti (15/10/1941-21/05/2021) – Della vita e della morte… anno ‘41
…precisamente il 15 Ottobre del ‘41, quando nascesti in quel di Fiorenzuola d’Arda, cittadina ai piedi delle meravigliose colline piacentine. Secondo di tre fratelli, il primo nato a Milano e l’ultimo a Vernasca, paesino a pochi chilometri da Fiorenzuola, adagiato appunto sulle colline dove si perdono le nostre origini. Qualcosa so io della vita e della morte, della tua vita che ho perso di vista da bambino per poi ritrovarla parecchi anni dopo. Qualcosa so io dei tuoi amori giovanili, delle tue passioni, delle bischerate e delle scazzottate, di quando guidavi le macchine sportive, di quando hai conosciuto mamma, di quando facevi il pompiere. Qualcosa so io di quando sei sceso nel Seveso per raccogliere la ciabatta di tuo fratello più piccolo altrimenti la nonna gli avrebbe fatto la festa o di quando hai cominciato a lavorare in cantiere con tuo fratello maggiore ed insieme avete realizzato quasi tutti gli impianti della vecchia Coope-rativa Edificatrice di Niguarda. E degli anni vissuti in uno scantinato nel dopoguerra proprio di fianco al Seveso dove ad ogni piena dovevate portare i mobili fuori da “casa”. E degli anni trascorsi in Africa e in Arabia e dei chilometri macinati sui camion. So quello che mi è dato sapere, so quello che mi hai raccontato e che mi hanno raccontato, niente di più e niente di meno , con qualche domanda che è rimasta sospesa, senza tempo. Qualcosa so anche della morte, abbiamo pianto e riso insieme e te ne sei andato il 21 maggio, il giorno dopo il mio compleanno come per ricordarmi che ogni fine è sempre accanto ad un inizio. Ma tutto mi è bastato e sono qui ancora adesso a ringraziare questa vita mia e tua perché se sono l’uomo che sono lo devo anche all’uomo che sei stato tu, lo devo al tuo esserci, sempre e comunque. Anche se lontane le nostre anime si incontravano, si parlavano, si scambiavano emozioni e amore. Lo è stato prima e lo è ancora di più adesso dove il cuore è a pezzi ma è un cuore felice perché ha compreso, perdonato, amato. È sempre tutto giusto quello che accade, quando osservi gli eventi con gli occhi dell’anima non c’è errore, non c’è parola, non c’è attimo che non abbia una precisa collocazione in questo tempo e questo spazio che è la nostra vita terrena. Di tutto questo ti ringrazio padre, specchio della mia anima, delle mie paure, del mio camminare sull’orlo di abissi infiniti … grazie … della tua vita e della mia. Qualcosa so, ti dicevo, di questa vita e della morte…
Passerò la terra come il vento/come le pietre millenarie spento/e non saran più i mille a tener banco né i centomila/ma il rintoccar del tempo./Ciao pa’
