GIORNALE DI NIGUARDA - CA' GRANDA - BICOCCA - PRATOCENTENARO - ISOLA

Hakoah, nel nome della forza

Hakoah, nel nome della forza

Secondo tradizione, anche quest’anno abbiamo voluto dedicare la nostra rubrica di gennaio alla Giornata della memoria. Il racconto che abbiamo scelto è tratto da un libro di cui abbiamo già scritto, Un calcio alla guerra, Milan-Juve del ‘44 e altre storie (Le Milieu, 2021), ed è opera di Davide Grassi.

La squadra si chiama Hakoah, la seconda lettera dell’alfabeto ebraico, sinonimo di forza. E forte lo è davvero: è una polisportiva in cui si praticano, oltre al calcio, scherma, nuoto, atletica leggera, hockey su prato e lotta. Nasce nel 1909, grazie all’iniziativa di un librettista e un dentista ebrei, e si fa presto strada nel campionato austriaco di calcio. Nel 1921 e nel 1922, arriva seconda in campionato e l’anno dopo ottiene un primato: con la vittoria a Londra, con cinque reti segnate al West Ham, diventa la prima squadra dell’Europa continentale a sconfiggere a casa sua una formazione inglese. La fama e la forza dell’Hakoah crescono fino a quando, nel 1925, i biancoblu con la lettera H e la stella di David sul petto, diventano campioni d’Austria. È un trionfo a cui partecipa anche un tifoso d’eccezione: Franz Kafka. Quando passa da Vienna, lo scrittore di Praga appena può fa un salto allo stadio per vivere le gesta delle H. La fama della squadra diventa sempre più internazionale e l’anno seguente l’Hakoah va in America per una tournée che tocca il suo apice al Polo Grounds di New York per una partita seguita da ben 46mila spettatori. Un vero record, soprattutto se si considera la relativa popolarità che il soccer, come lo chiamano gli americani, ha sempre avuto da quelle parti. Nel frattempo, in Europa il clima diventa sempre più pesante e le idee antisemite di Hitler si diffondono come un cancro in metastasi. Qualche giocatore dell’Hakoah, lungimirante, decide così di rimanere a vivere negli Stati Uniti e non fa più rientro a Vienna. Quando nel 1938 arriva l’Anschluss, l’annessione nazista dell’Austria, per chi ha preso una decisione diversa diventa troppo tardi. Tanto per cominciare, i nazisti cancellano tutte le vittorie delle H, campionato del 1926 compreso. Quindi confiscano le coppe e sequestrano lo stadio: le H non esistono più, è come se non fossero mai esistite. Ma prima della definitiva dissoluzione avviene qualcosa di incredibile: una partita tra l’Hakoah e la squadra del Sonder-kommando. Lo testimoniano anche delle immagini immortalate da Kurt Gerron, comico ebreo, finito anche lui in una camera a gas ad Auschwitz. Dopo la partita, l’ultima partita della loro vita, anche i calciatori dell’Hakoah vengono fatti salire su un treno che li porta a una tragica destinazione: il campo di concentramento di Theresienstadt. Moriranno quasi tutti. Si salverà Ignaz Feldmann, che per ironia della sorte in campo di concentramento viene aiutato dal suo carceriere, un ex giocatore dell’Austria Vienna che lo riconosce tra i prigionieri. Si salverà anche Bela Guttmann, ungherese naturalizzato austriaco, poi vincitore come allenatore di uno scudetto con il Milan del Gre-No-Li e due Coppe dei Campioni con il Benfi-ca. A dire, la vicenda di Guttmann è poco chiara perché ci sono diverse ipotesi: dall’internamento in campo di concentramento alla fuga in Svizzera. Lui, peraltro, ha sempre preferito evitare l’argomento e alle domande si è trincerato dietro una risposta evasiva: “Dio mi ha aiutato”. Dopo la guerra le H rimangono solo nella memoria di pochi fino a quando, nel 2000, viene rifondato lo Sport Club Hakoah e la relativa squadra di calcio – oggi chiamata Mac-cabi Wien – torna a giocare nei dilettanti. Cinque anni prima il governo austriaco aveva chiesto perdono alle H per le ingiustizie e i lutti subiti dal nazismo. Alla fine di tutto, quella partita giocata tra le H e il Sonderkommando qualche anno prima l’ha vinta, nella storia, proprio l’Hakoah. Ed è questo che conta.

CondividiShare on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn