Covid 19: non è ancora ora di cantare vittoria ma il virus morde di meno. E sulle Case di Comunità…

Dottor S.M. siamo a fine gennaio e la quarta ondata sembra in fase di decrescita. Oggettivamente però siamo un po’ stufi di queste ondate.

Qualcuno si sbilancia a dire che Omicron segna la fine della pandemia. Qual è la sua opinione?

Siamo alla fine del mese di gennaio, un mese “fatico-so”(l’ennesimo da due anni a questa parte), un mese che ha visto ridursi negli ultimi giorni il numero di contagi, se paragonati a quelli che abbiamo affrontato nel periodo natalizio e nei primi giorni dell’anno. La situazione è ancora ben lontana da un ritorno alla tranquillità, anche se va sottolineato che le persone ammalate hanno, nella maggior parte, sintomi lievi. Ritengo che si stia entrando in una fase di convivenza con il virus; la variante Omicron, molto contagiosa, ha colpito e colpirà ancora molte persone, creando probabilmente, insieme all’immunità vaccinale, uno scudo verso nuove infezioni e verso le forme più gravi, nel caso di nuove varianti.

Nota anche lei un calo di persone contagiate? Come stanno i suoi pazienti?

I miei pazienti stanno complessivamente bene. In questa ultima ondata non abbiamo avuto molti ricoveri ospedalieri, grazie soprattutto alla protezione dei vaccini ed anche grazie al grosso lavoro di gestione domiciliare che abbiamo fatto con i nostri assistiti, tramite il monitoraggio quotidiano, iniziando terapie precocemente (in primis antinfiammatori) e visitando a domicilio i casi più complessi.

Si sta riscontrando un aumento dei vaccinati fra gli over 50 ed anche nella fascia d’età 5-11 anni. Sono queste le due fasce più a rischio di questa ondata di Omicron.

Vorrei che i più scettici si ponessero una domanda: come sarebbe stata, senza le vaccinazioni, in termini di ricoveri ospedalieri questa ondata? Molti di questi “scettici” hanno individuato come causa del loro contagio persone vaccinate senza forse avere chiaro che il vaccino non protegge dal contagio ma ha un impatto assolutamente positivo nel ridurre i ricoveri ospedalieri e in terapia intensiva. Abbiamo ora parecchi casi in età scolare e proprio in questi giorni sono partite le vaccinazioni senza prenotazione per queste fasce di età (5-11 anni). Dai primi riscontri l’adesione è alta, dimostrando ancora di più la fiducia che i cittadini lombardi stanno riponendo nella scienza con la speranza di tutti di toglierci al più presto da questa situazione che sta generando conseguenze negative sul piano economico con inevitabili ripercussioni sul piano sociale.

Una domanda che esula dal Covid in senso stretto ma che questa pandemia ha portato alla ribalta: parliamo di medicina territoriale. I quartieri della zona 9 avranno 4 Case di Comunità: cosa ne pensa di questa novità? Dobbiamo tornare ad investire al di fuori degli ospedali? Che ruolo giocheranno in questa partita i medici di medicina generale?

Stiamo leggendo molti articoli, sulle riviste di settore, che riguardano le Case di Comunità (ne aprirà una prossimamente a Villa Marelli) individuate come la risoluzione dei problemi della medicina territoriale ed a cui verranno probabilmente destinate molte risorse del Pnrr (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) in ambito territoriale. In pratica dovrebbero essere dei luoghi fisici nei quali agiscono ed interagiscono servizi sociali e sanitari nella presa in carico dei pazienti, in primis quelli con maggiori fragilità. Di fatto siamo ancora nella fase delle bozze di accordo con la Regione e di informazioni ufficiali ne abbiamo avute poche (almeno noi che non facciamo politica). Speriamo che chi si occuperà della realizzazione di questo modello tenga conto di due cose fondamentali, emerse ancora di più in questo periodo pandemico: innanzitutto che venga mantenuto il rapporto fiduciario tra noi e i nostri assistiti e secondo che, attraverso questo modello di organizzazione territoriale, si realizzi una interazione globale tra medico, strutture sociali, amministrative ed ospedali in modo che il medico di medicina generale non sia più solo, come è stato in questi due anni, ad affrontare le problematiche cliniche e burocratiche che vengono riversate su di lui spesso con informazioni non corrette.