L’Angolo di Don Giuseppe Buraglio: Nonni e Nonne
La figura dei nonni rimane una presenza essenziale nella vita del bambino che cresce. Non solo perché i genitori, oggi come e forse più che un tempo, hanno impegni lavorativi fuori casa molto spesso gravosi e che richiedono tanto tempo lontano dai figli. Ma anche perché la figura del nonno e della nonna hanno in sé una valenza educativa e una carica affettiva che va al di là della semplice funzionalità supplettiva. Detto in parole povere: i nonni sono una vera ricchezza per i ragazzi non solo perché suppliscono le assenze dei genitori ma perché sono veri riferimenti educativi. E quando mancano, se ne percepisce l’assenza. Da piccolo non ho avuto la fortuna di conoscere i miei due nonni perché morti con troppo anticipo. Ho un vago ricordo della mia nonna paterna, pure morta anzitempo. Ho un ricordo vivissimo e affettuoso della mia nonna materna, morta in tarda età, alla quale ho potuto anche celebrare da giovane prete una Messa nella camera dalla quale non usciva più per la malattia e della quale ho celebrato il funerale a pochi mesi dalla mia ordinazione sacerdotale. La nonna era la persona dalla quale stavo quando la scuola era chiusa, che mi raccontava le favole, che mi portava in visita al cimitero recitando requiem a raffica, che mi faceva dire le preghiere tentando di insegnarmene sempre di nuove, che mi faceva le raccomandazioni, che mi faceva sentire la sua casa proprio come la casa degli antenati, nella quale potevo ritrovare ogni giorno le radici della mia vita. Gli zii, in qualche modo, supplivano l’assenza del nonno che, devo dire, mi mancava proprio. Erano loro a fare – ma non mi sembrava proprio la stessa cosa – quello che avrei fatto col nonno: giocare in cortile, andare per boschi a raccogliere funghi e castagne, andare a spasso in bicicletta portato “sulla canna” di quelle bici caratteristiche massicce e nere, andare nei campi a raccogliere fieno e tornare in cima al carro stracolmo, trainato faticosamente dall’asinello che poi ritrovavo nella stalla di casa. Questi legami affettivi mi hanno arricchito, senza togliere nulla alle relazioni strettamente famigliari. Credo che il segreto restasse nel fatto che ciascuno era capace di stare al suo posto, fare il suo “mestiere” senza invadere il campo altrui. E non solo perché, essendo in tanti (i nipoti della nonna erano una dozzina e anche di più!), non era materialmente possibile debordare dal proprio ruolo; credo che ci fosse una innata saggezza, costruita dall’esperienza, che faceva vivere a ciascuno il proprio ruolo, in pienezza ma senza conflitti che potessero in qualche modo interferire con gli interventi educativi (e punitivi!) dei genitori.
