Covid 19: il virus circola ancora quindi massima attenzione e uso delle protezioni. Fine dello stato di emergenza non significa fine della pandemia
Dottor S.M. qualche settimana fa abbiamo detto che la pandemia non è finita e bisogna rimanere prudenti. I dati sui contagi, in particolare la percentuale dei tamponi positivi, ci sta dando ragione purtroppo. Va però detto che gli ospedali si stanno svuotando. Nota anche lei fra i suoi pazienti questo aumento di casi?
Negli ultimi quindici-venti giorni, come segnalato dai dati nazionali, sta aumentando la percentuale dei tamponi positivi nei pazienti con sintomi sospetti per infezione da Sars Cov2. Noi mediamente vediamo dai 4 ai 5 casi al giorno, tutte forme lievi.
Il fatto che gli ospedali si svuotino pur in presenza di un significativo aumento dei contagiati sta a significare che possiamo dire che il Covid è diventata un’influenza molto contagiosa oppure è troppo presto per derubricare questo virus che ci ha portato tanti morti e sofferenza?
Possiamo dire che allo stato attuale, sulla base delle varianti circolanti, siamo di fronte a delle patologie influenzali o simil influenzali che mantengono però dei rischi elevati nelle persone più fragili o con gravi compromissioni del sistema immunitario. Da questo punto di vista la vaccinazione, in particolare la dose booster, ha permesso di ridurre i ricoveri ospedalieri e le forme più gravi di malattia. Dire però che l’infezione da Covid 19 è paragonabile a una semplice influenza è riduttivo e offensivo nei confronti di chi ha strenuamente combattuto e sofferto in questi due anni.
Parliamo del vaccino messo a punto da Novavax, che si basa su una diversa tecnologia rispetto a quelli finora autorizzati in Ue contro il Covid-19 ovvero sulle proteine ricombinanti, già usata per altri vaccini, come quello contro l’epatite B e il papilloma virus. Doveva convincere coloro che non si sono vaccinati per paura di quelli a mRna ma dai dati che circolano pare che siamo di fronte a un fallimento. Possiamo dire che quel 12% di popolazione che non ha ricevuto neanche una dose rimarrà tale?
Rammentiamo quali sono i rischi che corrono queste persone? Gli irriducibili non si convincono neanche con Novavax. Tra i miei pazienti ci sono alcuni, tra gli indecisi e gli impauriti dai vaccini a mRNA, che hanno espresso la volontà di vaccinarsi. Altri indecisi che, contagiati in questo periodo devono per forza posticipare la vaccinazione, sperano che il virus si esaurisca. I rischi che corrono i non vaccinati sono evidenti dalle statistiche che riportano tassi elevati di ricoveri e decessi tra i non vaccinati rispetto a chi ha completato il ciclo vaccinale.
Il 31 marzo è finito lo stato di emergenza Covid-19 e così dal 1° aprile sono cadute moltissime limitazioni con cui abbiamo convissuto negli ultimi due anni. L’Oms non ha gradito molto questa sorta di libera tutti. Governo e parti sociali, così come la stragrande maggioranza dei cittadini, plaudono invece alla scelta fatta. Il personale sanitario, stremato da questi due anni di lotta alla pandemia, da che parte sta?
Vista l’attuale elevata circolazione del virus non sono d’accordo sull’abolizione dell’uso delle mascherine nei luoghi chiusi dopo il 30 aprile. Serve assoluta prudenza, soprattutto a tutela dei fragili e degli immunocompromessi, per i quali l’infezione rappresenta un grave problema. Uno studio pubblicato su una rivista inglese di settore sottolinea come la mascherina, associata al distanziamento ed igiene delle mani, riduce del 50% l’incidenza di Covid 19. Spero che questo decreto venga rivalutato anche alla luce dell’incidenza dell’infezione; la fine del periodo di emergenza non vuol dire fine della pandemia.
Medici di medicina generale: oggi ne mancano all’appello 1.532. Ma nei prossimi cinque anni la previsione è che almeno 2.475 di quelli in servizio andranno in pensione, visto che raggiungeranno l’età pensionabile tra i 67 e i 70 anni. Siamo messi malissimo: perché siamo finiti in questa situazione? Come se ne esce?
Riduzione delle borse di studio per le scuole di medicina generale, scarsa o nessuna programmazione sulla medicina territoriale, scarsa “vocazione” dei giovani colleghi, preoccupati dalla poca considerazione o dall’eccessivo carico burocratico che versano sulla nostra professione, questi tra i principali motivi che ci hanno portato a questa situazione che diventerà ancora più critica nei prossimi anni. È necessario che chi gestisce dall’alto la nostra professione valorizzi il lavoro che quotidianamente facciamo, fornendo anche informazioni corrette su come si svolge la nostra attività su quelli che sono i nostri compiti e quelli che non spettano a noi. Occorre deburocratizzare questo lavoro lasciando maggior spazio alla cura, soprattutto dei malati cronici per i quali siamo l’unico punto di riferimento: Serve creare dei collegamenti tra ospedale/specialista e territorio per non lasciarci soli in situazioni cliniche che sempre più richiedono interventi multidisciplinari. Serve dotarci di strumenti di prima diagnosi da usare nei nostri ambulatori, serve che tutti gli studi siano dotati di personale che possa gestire con noi la quotidianità. Infine incentivare ed aumentare le borse di studio in medicina generale: questo è l’altro grosso nodo della vicenda.
