“Penso che un sogno così”: il libro di Roberto Camagni un viaggio tra ricordi, emozioni e riflessioni
Roberto Camagni è niguardese e a Niguarda è molto conosciuto. Ha speso una gran parte della sua vita nella politica, nelle istituzioni e nelle associazioni che formano il tessuto del quartiere per poi andare oltre e assumere ruoli più prestigiosi in Comune e in molte aziende private. Ha scritto un libro, “Penso che un sogno così”, che non è in vendita, ma in distribuzione a offerta libera e il cui ricavato sarà devoluto a favore di alcune realtà di quartiere in difficoltà post pandemia, come per esempio “Zona Nove”. Un libro di memorie? Non proprio. O meglio, sì, ma diverso dal solito: senza una vera sequenza temporale e non si parla di vicende, ma piuttosto di personaggi. L’idea del libro, come spiega Camagni, nasce infatti da un incontro casuale e inaspettato, in coda a un banchetto del mercato di via Val di Ledro, con i suoi amici dell’adolescenza, negli anni sessanta. Da lì la voglia di ricordare valori e sentimenti che non sono mai stati espressi, ma che pure sono stati elementi importanti di quegli anni, come l’amicizia, la solidarietà, gli entusiasmi, le passioni, la voglia di stare insieme e di costruire qualcosa. Quello il punto di partenza: quello di arrivo è invece la dimostrazione di come sia stato possibile conciliare amicizie, vita sociale, famiglia, attività professionale e vita politica, senza compromettere nessuna di queste fondamentali esperienze personali. Il libro di Camagni è pieno di episodi, di situazioni, di momenti di scelta. Accanto alla fortissima pressione dell’ideologia di quegli anni, si è accompagnata però anche una solida visione della realtà oggettiva: così iniziative certamente non prive di condizionamenti ideologici, come il Consultorio Popolare di Psicoterapia o il Circolo Culturale Achille Ghiglione hanno vissuto stagioni esaltanti, grazie alle qualità professionali dei protagonisti e alla capacità dei nuclei dirigenti di confrontarsi con la realtà e di confezionare prodotti fruibili da tutti, anche da chi non aveva nessun interesse nella politica. Ma Camagni è un uomo delle istituzioni, è stato il primo presidente del Consiglio di Zona 9 (quando ancora le zone di Milano erano 20 e la sede era in via Grivola), poi assessore al Bilancio del Comune di Milano e vice-sindaco negli anni di Pillitteri. E se devi dirigere un ente pubblico la realtà delle cose, i bisogni della gente vengono prima e rendono le questioni ideali o ideologiche un freno e non una spinta a fare di più e meglio. La politica però non è tutto: ci sono gli amici, le iniziative goliardiche come il circolo sciistico “Gamba de Gess”, le gite in pullman, le ragazze, lo sport… E poi c’è Niguarda protagonista, o almeno la Niguarda di quegli anni, con la sua vitalità, il suo spirito coeso, il suo radicamento nella Resistenza e nel movimento di Liberazione, che si esprime nel movimento cooperativo, sia di matrice socialista che cattolica e che, anzi, da quella rivalità trae energia, idee, nuova linfa. Niguarda con i suoi personaggi: Dorino Camagni, suo padre, partigiano, catturato e torturato dai tedeschi, Battista Lombardo, suo nonno, prosindaco (con funzioni di sindaco) di Niguarda, L’ultimo, prima che nel 1923 Niguarda venisse assorbita da Milano. E poi Anito Bergamaschi, un altro partigiano combattente niguardese, e Amleto Farina, padre ispiratore di tanti giovani che si diedero alla politica in quegli anni. Per finire con Gianni Faregna, il consigliere di zona stroncato dalla prima ondata di Covid due anni fa. La sua esperienza non si ferma solamente al quartiere, ma si estende anche alla città: e quindi ecco i retroscena delle principali decisioni prese durante il suo percorso come assessore e vicesindaco. C’è anche la dimensione lavorativa e professionale: le aziende che ha amministrato e le esperienze che ne ha tratto, che si fondono e anzi aiutano gli altri aspetti della vita: “La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla”, diceva Gabriel García Márquez. E infatti alcuni dettagli, alcuni aspetti magari minori risaltano con grande evidenza, anche maggiore di altri più importanti. Al centro, però, c’è sempre Niguarda: cos’era, cos’è e cosa potrebbe diventare. E Camagni fa anche delle proposte per un futuro più degno del suo passato, difficile ma glorioso. Un libro da leggere con nostalgia e qualche volta con commozione, anche per i non niguardesi.
