Il portiere dei derby
Lo scorso 3 agosto è deceduto Villiam Vecchi (a destra nella foto insieme agli altri portieri Cudicini e Belli), portiere del Milan dal 1967 al 1974 e in seguito allenatore dei numeri uno della squadra rossonera nonché collaboratore di Ancelotti al Real Madrid. Nel 1973, Vecchi fu protagonista della vittoria della Coppa delle Coppe a Salonicco contro il Leeds, ma era anche tra i pali nel celebre 3- 5 con il Verona che costò lo Scudetto ai rossoneri. Per ricordarlo, pubblichiamo con l’autorizzazione dell’editore il racconto a lui dedicato nel libro “Il derby della Madonnina” (Book Time, 2014) di A. Figliolia, D. Grassi e M. Raimondi. Non è mai facile, esordire in serie A. Figurarsi, poi, se sei un portiere, il ruolo psicologicamente più complicato che esista, e se ti trovi a giocare in una squadra di campioni affermati a cui tudevi dare sicurezza e tranquillità. Quando, magari, non ne hai molta. Se oltre a tutto ciò, quel portiere deve entrare a partita iniziata e la gara è un derby, il grado di difficoltà diventa altissimo, forse massimo: proprio ciò che accadde a Villiam Vecchi nella stracittadina di ritorno del 1968. Una partita che, con lui in panchina e Cudicini tra i pali, era stata molto bella. Da una parte un Milan fortissimo, in procinto di aprire un ciclo che sarebbe andato dallo scudetto all’Intercontinentale; dall’altra i reduci della Grande Inter, che per un giorno potevano ancora essere capaci di ogni impresa e per cui quel derby rappresentava l’ultima occasione per salvare una stagione anonima. Proprio per questa ragione i neroazzurri erano entrati in campo determinatissimi, passando subito in vantaggio con Renato Cappellini, che aveva infilato un immobile Cudicini riprendendo un tiro di Bedin (…). Il Milan tuttavia, non si era scomposto. E passata la sfuriata aveva colpito grazie ad Hamrin, pronto a ricevere un assist di Lodetti e abile ad incunearsi nell’area neroazzurra approfittando dell’indecisione di Landini (…). La sfida, insomma, era ancora in bilico quando, verso la metà del secondo tempo, Cudicini chiese il cambio. Il triestino, che si era piegato al volere di Rocco giocando nonostante i dolori, aveva stretto i denti fino al limite delle sue possibilità, ma adesso non si reggeva più in piedi. Fu a quel punto che il Paròn si girò verso la panchina e guardò il ragazzino che lo fissava. Aveva compiuto 19 anni da neanche un paio di mesi, il Vecchi, e non aveva mai disputato una partita in serie A. Inoltre, con il suo metro e 75 di altezza, non aveva propriamente il fisico del portiere, che se lo mettevi a fianco di Cudicini pareva suo figlio. Ma Rocco non aveva altre chances, e gli disse di alzarsi. Era la prima volta, in un derby di campionato, che un giocatore veniva sostituito, ma sicuramente Vecchi non pensò a quel record. Le immagini del suo breve riscaldamento ce lo mostrano con un’espressione decisa, grintosa. Il cuore sicuramente gli batteva a mille sotto la maglia verde con il numero dodici, però lui non voleva darlo a vedere: in fondo mancava solo un quarto d’ora, le squadre erano stanche e forse ce l’avrebbe fatta, a restare imbattuto. L’Inter, però, voleva vincere, e poco dopo, raccogliendo un cross da sinistra, Bedin staccò in piena area. Il pallone, colpito con forza e precisione, si indirizzò verso il sette della porta rossonera e Vecchi si protese alla sua destra: Cudicini, quel tiro, l’avrebbe intercettato, ma lui no, perché gli mancavano giusto quei sedici centimetri. Pareva il gol dell’1-2, però la sfera di cuoio, toccata la traversa, ricadde perpendicolare vicino alla linea di porta per poi rimbalzare in campo, dove Malatrasi fu lesto ad allontanarla. Un miracolo: il più delle volte, in quella situazione, il pallone o finisce in rete direttamente o perché cozza contro il corpo del portiere. Stavolta no. Gli interisti accorsero per chiedere la convalida della rete, ma Lo Bello, per troncare ogni protesta, fischiò diplomaticamente un – inesistente – fallo a favore del Milan. E da lì a poco la partita terminò. Vecchi era stato graziato, tuttavia, come abbiamo già accennato, la fortuna che quel giorno l’aveva assistito gli voltò le spalle un paio di anni dopo, l’8 marzo 1970, durante un’altra stracittadina in cui era nuovamente subentrato a Cudicini, stavolta alla fine del primo tempo. Quello era l’anno del Cagliari di Gigi Riva e di Scopigno, che invano la Juventus e le milanesi cercavano di raggiungere. Il derby doveva decidere chi delle due potesse farlo, e per 80 minuti regnò l’equilibrio. Finché Gino Maldera pensò bene di sbrogliare una mischia indirizzando la palla all’indietro, verso la porta di Vecchi, senza accorgersi che in agguato si trovava Mariolino Corso. Il quale, senza pietà, infilò il portiere del Milan regalando la vittoria ai neroazzurri (…). Con quella sconfitta, Vecchi arrivava a quota tre presenze in serie A, tutte con la maglia rossonera. Due erano state dei derby: un secondo primato che nessuno, in più di cento anni di storia, può vantare. E che difficilmente qualcuno riuscirà mai ad eguagliare.
