La comunità degli imenotteri è molto, molto ben organizzata. L’ape regina fa davvero la regina: servita e riverita, lei che deve essere salva a tutti i costi perché è lei e solo lei che dona nuove vite all’alveare. I fuchi, i maschi della colonia, devono superare una terribile prova di resistenza se vogliono primeggiare a fianco della regina. Pochi hanno il privilegio di fecondare, durante il volo nuziale, l’ape regina e trasmettere così i propri geni; tutti gli altri vengono uccisi dalle api operaie perché nella comunità non sanno fare altro che consumare le preziose risorse, senza essere in grado di partecipare alla produzione del miele. Non sono neppure in grado di far parte dell’esercito di difesa dell’alveare: non hanno il pungiglione velenifero, che è un organo prettamente femminile (nell’ape regina serve a deporre le uova, nell’ape operaia serve ad avvelenare il nemico). Sono perciò le operaie, le api che nell’alveare fanno tutto: costruiscono le cellette, nutrono la regina, fanno scorta di miele per la comunità, difendono la casa comune. L’ape difende la comunità a costo della sua vita. Se si sente in pericolo, attacca. Se attacca, punge. Se punge, muore. Non si pone neppure la scelta: il bene comune è superiore, nettamente, al bene personale, privato. L’ideale, concretizzato da un alveare costruito attorno ad una regina, va perseguito e difeso, fino alla morte. È un’interessante metafora. Ciascuno la raccolga come meglio crede. La “morale della favola” è scontata, fin troppo facile. Non voglio perciò fare commenti, costruire immagini, creare paralleli. Ciascuno faccia da sé. Anche perché sarà particolarmente intrigante travestirsi da ape operaia e immaginarsi in un alveare. Come sarebbe? Il miele, la regina, il fuco, l’operaia, il volo nuziale, la costruzione della casa comune. Ma soprattutto la puntura. Io, ape operaia, ho in dotazione questo pungiglione. Che ne faccio? Qualcuno potrà dire, dei grandi gesti della mia vita: puntura d’ape?