Un ricordo di Giovanni Lodetti
Lo scorso 22 settembre è scomparso Giovanni Lodetti campione del Milan anni ’60. Ecco il ricordo di Mauro Raimondi.
Io l’ho conosciuto abbastanza bene, il Lodetti. E siamo in molti a poterlo dire, perché lui era sempre gentile e disponibile con tutti. Inoltre non si tirava mai indietro quando c’era da parlare del Milan degli anni Sessanta, gli si illuminavano gli occhi. Iniziava a raccontare aneddoti e non finiva più, proprio come gli altri protagonisti di quell’epoca d’oro con cui ho avuto la fortuna di chiacchierare in questi anni (Cudicini, Anquilletti, Prati, Belli ma anche Mazzola, Corso, Cappellini). Erano consapevoli di essere entrati nella storia del calcio, ma il loro orgoglio era genuino, spontaneo, non si trasformava mai in egocentrismo.
Per capire chi era Giovanni Lodetti basta narrare della volta che ci siamo conosciuti. Correva il 2003, ed ero stato invitato a presentare il mio primo libro, “Invasione di campo-Una vita in rossonero“, in un posto assurdo, una specie di mini palasport in periferia. Quando sono entrato gli spalti erano pieni di gente che aveva appena visto giocare i loro figli a calcetto o aspettava di farlo. Si può immaginare quanto potesse importare loro di un libro. Così mi ritrovai a centrocampo, da solo, con il mio bel romanzo in mano, e non sapevo come attirare l’attenzione. Fu allora che lo vidi: stava parlando con gli organizzatori. Mi avvicinai, mi presentai, e gli domandai se poteva darmi una mano. Lui mi fissò per un momento, diede un’occhiata alla copertina (con Rivera abbracciato ad Altafini dopo un gol al Benfica nella finale di Coppa dei Campioni del 1963), e mi fece: “Andiamo”. Prese il microfono, ottenne un po’ di silenzio e disse di ascoltarmi con attenzione perché avevo appena pubblicato un libro sul Milan.
Era – ripeto – la prima volta che mi vedeva.
Lui era così, un generoso, un appassionato del suo Milan e di tutto ciò che lo riguardava. In seguito scrisse la prefazione – ovviamente a titolo gratuito – a un libro che pubblicai insieme all’amico Davide Grassi (“Milano è rossonera. Passeggiata tra i luoghi che hanno fatto la storia del Milan“). Di conseguenza, ci incrociammo abbastanza spesso perché, quando c’era un incontro, il primo che cercavamo era lui. E pure quando uscì Il Derby della Madonnina, scritto a sei mani da Alberto Figliolia, Davide Grassi e dal sottoscritto, lui era sempre in prima fila, nelle presentazioni. Ricordo che una volta lo portammo fino alla biblioteca di Cassina de’ Pecchi insieme a Renato Cappellini, e il pubblico era formato da cinque – dico, cinque – persone. Entrambi, però, si divertirono a parlare di Inter e Milan come se ne avessero di fronte cento.
Se si negava era solo per impegni televisivi, perché era opinionista in una televisione privata che aveva gli studi vicino a Loreto. E sotto la linea rossa della metropolitana ci siamo incontrati spesso verso le undici di sera, perché lui aveva appena finito la trasmissione ed io le lezioni a scuola. Ci fermavamo lì, ad aspettare il suo metrò, e commentavamo il momento del Milan. Così, alla buona. Perché Lodetti era veramente una persona d’altri tempi, di un calcio – e di un mondo – d’altri tempi.
E non c’è miglior complimento che io gli possa rivolgere.
Di seguito invece stralci di un’intervista rilasciata a Gianni Mura su “Repubblica” nel 2016.
“Ero aggregato alla prima squadra, ad Asiago, e dovevo firmare il mio primo contratto. Prima, in meno di quattro ore, Viani e Rocco avevano già sistemato tutto con la prima squadra. Viani e Rocco erano due omoni che mettevano soggezione anche da seduti, dietro a un enorme tavolo ovale, al primo piano dell’albergo. Entro e dico buongiorno, loro stanno leggendo uno la Gazzetta e l’altro il Corriere. Non mi filano neanche di striscio. Dopo dieci minuti Rocco dice a Viani: Gipo, visto che el mulo xe rivà, domandighe quanto ch’el vol. Quanto vuoi? dice Viani. Tre milioni l’anno e l’entrata nella rosa, dico.
Significava essere considerato quasi titolare e prendere l’80% dei premi- partita. Viani riprende a leggere e dopo qualche minuto fa: la rosa te la devi guadagnare e più di un milione non ti diamo, prendere o lasciare. E Rocco: Gipo, fa ‘l bravo, femo uno e mezzo. Ho firmato subito, poi ho capito che era tutta una recita, come i due poliziotti nei telefilm americani, uno ti dà uno schiaffo e l’altro ti offre una sigaretta…”
“Sarebbe facile parlare delle Coppe dei Campioni o dello scudetto o dell’Intercontinentale. Per me il giorno più bello da calciatore è stato quello del provino allo Scarioni. Perché il treno buono passa una volta sola. O sali o resti giù. Dal mio paese c’erano due corriere per Milano, alle 6 e alle 12. Ho preso quella delle 6 per non rischiare. Fermata a piazzale Corvetto, poi la 93 fino a Lambrate e poi a piedi allo Scarioni. Ricordo che c’era un caldo della Madonna, nessun genitore, nessun parente, solo il prevosto che s’era messo in testa un fazzoletto con le quattro cocche. Gioann, famm fa’ bela figura, mi disse. Da questo punto di vista non ho rimpianti, ho sempre giocato con la stessa passione che avevo all’oratorio. Sempre, anche da professionista. Il primo choc è stato dopo l’esordio in A, a Ferrara. 3-0 per noi. E martedì, all’Arena, Maldini mi mette in mano il mio primo premio-partita, 100mila a punto, quindi 200mila, per me 180. Diciotto fogli rosa, tant’è che li chiamavano salmoni, grandi come mezzo tovagliolo. Per paura che in tram me li rubassero sono andato a piedi dall’Arena al Corvetto e prima di cena li ho consegnati a mio padre, che guadagnava 45mila al mese. Li ha presi, li ha contati lisciandoli sul tavolo, dopo il sesto già mia mamma piangeva. E alla fine papà m’ha detto “brao Gioannin” e se li è messi in tasca. Un pò ci sono rimasto male, speravo che almeno un deca ma lo lasciasse, ma mi è passata subito”.
